«WITH A LITTLE HELP FROM MY FWENDS - Flaming Lips» la recensione di Rockol

Flaming Lips - WITH A LITTLE HELP FROM MY FWENDS - la recensione

Recensione del 28 ott 2014 a cura di Franco Zanetti

La recensione

L’idea non è certo nuova, né per chi l’ha promossa né per l’oggetto dell’esperimento.
Di rifacimenti integrali di “Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band” ce ne sono parecchi (qui abbiamo ricordato i più interessanti), e gli stessi Flaming Lips hanno già realizzato opere analoghe: nel 2009 “The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing The Dark Side of the Moon”, rifacimento letterale dell’opus magnum dei Pink Floyd uscito anche su CD l’anno successivo; nel 2012 “Playing Hide and Seek with the Ghosts of Dawn”, remake di “In the court of the Crimson King” firmato con Stardeath and White Dwarfs, Linear Downfall, New Fumes e Space Face; e l’anno scorso "The Time Has Come To Shoot You Down…What A Sound", rilettura dell’album di debutto degli Stone Roses realizzata con New Fumes, Space Face, Stardeath and White Dwarfs, Foxygen, Peaking Lights, Polica e altri.
I precedenti esperimenti citati avevano suscitato reazioni disomogenee; in particolare l’operazione su “Dark side of the moon” aveva polarizzato le reazioni fra entusiastiche e scandalizzate.
Difficile che questo capiti con “With a little help from my fwends”, per il quale i Flaming Lips recuperano lo scherzoso moniker “fwends” già utilizzato nel 2012 con l’album “The Flaming Lips and Heady Fwends”, pubblicato nel Record Store Day, in cui la band di collaborava con numerosi artisti come Kesha, Nick Cave e Erykah Badu.
Qui di “amichetti” la band di Wayne Coyne ne ha convocati davvero tanti, ben 26 (anzi, 27 se si conta il loro side project, gli Electric Würms); alcuni anche piuttosto noti, come My Morning Jacket, Moby, Foxygen e – la più nota e inattesa di tutti – Miley Cyrus. Curiosamente, però, il disco offre una certa quale omogeneità, a dispetto dei tanti (troppi) cuochi che hanno messo mano alla minestra. Che poi questa omogeneità sia apprezzabile o sgradevole, sta un po’ al gusto personale.
Qui non si può filosofeggiare troppo sull’ideologia della cover: ovviamente si tende a preferire, fra i rifacitori di una canzone, quelli che esercitano al meglio la propria libertà stilistica e interpretativa. Ma va anche ricordato che una cover, per poter essere registrata su disco e messa in commercio, deve soddisfare una di queste due condizioni essenziali: o essere approvata dagli autori e dagli editori musicali della versione originaria, o rispettare pressoché fedelmente il testo e la linea melodica della canzone coverizzata.
Dato che la Apple dei Beatles non è certo nota per liberalità, vien da pensare che i Flaming Lips abbiano, non so quanto obtorto collo, scelto la seconda opzione. E in effetti “With a little help from my fwends” ricalca (a volte quasi pedissequamente) le strutture basilari delle tredici canzoni del disco originario. Il che, come si capisce, è un rischio tremendo: non tanto (o non soltanto) per la qualità artistica dei brani del “Sgt. Pepper’s” beatlesiano, che ormai, a 47 anni di distanza, può essere messa in discussione senza che nemmeno i più talebani dei fans dei Fab Four si straccino le vesti, quanto per l’iconicità di quelle canzoni, che nella loro versione originaria sono così universalmente note da essere conosciute a memoria da chiunque si occupi di musica in maniera poco più che distratta.
Del resto, anche se abbastanza erroneamente, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” è considerato il più psichedelico degli album beatlesiani (convinzione errata: lo sono “Magical Mystery Tour” e “Yellow Submarine”), quindi diventa quasi un ideale terreno di gioco per gli psichedelicissimi Flaming Lips. Il fatto è che la band di Oklahoma City e i suoi accoliti si trovano quasi costretti a premere l’acceleratore sulle coloriture, cioè a esagerare i toni: sicché a volte – quasi sempre – strafanno, ricorrendo alle deformazioni sonore, agli strascicamenti, al rumorismo, avvicinandosi – non so quanto volontariamente – a certi esperimenti dei Residents. Il recensore di “Consequence of sound”, Len Comaratta, ipotizza che dopo numerosi ascolti l’album si possa “aprire” e rivelare una profondità superiore a quella che sembra possedere trascorsi i due/tre dopo i quali sto scrivendo questa recensione (“una sovrapposizione di strati che a volte rivaleggia con l’originale”); ma mi sento più incline a convenire con Jeremy Winograd di “Slant”, che all’album dà solo due stelle su cinque e sostiene che nel suo complesso il lavoro sembra più un insensato sabotaggio che un rifacimento creativo. Nel complesso, mi pare che manchi quel tocco di umorismo (o autoironia) che avrebbe potuto dare un senso più compiuto al progetto: il cui punto più basso, e sorprendentemente, è “A day in the life”, che invece avrebbe potuto offrire ai suoi manipolatori l’opportunità di dimostrare di essere capaci di audacia e originalità. Raccomando invece a cuor leggero l’ascolto di “Lucy in the sky with diamonds”, in cui la voce di Miley Cyrus rende bene l’attonita stupefazione di quella di Lennon nella versione originaria, e anche “She’s leaving home”, che lascia per strada quel sospetto di eccessiva sdolcinatezza della versione cantata da McCartney e trova nella voce di Julianna Barwick un’interprete convincente.
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