"Strut" è una faccenda d'istinto e ispirazione, o almeno così la racconta Kravitz. Le canzoni sono nate mentre il rocker si trovava sul set di "The hunger games. La ragazza di fuoco" dove recita il ruolo di Cinna. Lui le ha lasciate così com'erano, grezze e pulsanti, senza alcuna sofisticazione. Ha suonato quasi tutto da sè (chitarra, basso, batteria, percussioni, tastiere), facendosi aiutare giusto dall'amico chitarrista Craig Ross, tre coristi, un trombettista, un sassofonista. Effettivamente il suono è organico e l'energia non manca. Il rock poderoso di "Sex", le scariche elettriche di "Dirty white boots", il funk di "New York City", gli echi stonesiani della ballata "She's a beast" dicono di un musicista padrone del linguaggio rock. E' musica diretta e muscolosa, molto anni '70, mixata da Bob Clearmountain, uno che mira a far sembrare ogni colpo di cassa come un pugno allo stomaco.
Facile provare una sensazione di deja vu. Capita di chiedersi dove si è già sentito un certo riff o un break strumentale, un giro armonico o un frammento di melodia, come se queste canzoni fossero cover e non originali. La cover, poi, arriva davvero: l'album si chiude sulle note di "Ooo baby baby" dei Miracles di Smokey Robinson, anno 1965. Ovviamente a Kravitz riesce benissimo, ma è sufficiente ascoltare la versione che ne fecero cinque anni fa Marianne Faithfull e Antony per capire la differenza fra ottima interpretazione e brillante reinvenzione. Come se non bastasse, alcuni pezzi ripetono lo stesso modulo senza alcuno sviluppo interessante e dicono quel che hanno da dire nei primi sessanta secondi. E tutti quei riff anni '70, privi d'ogni ironia, suonano robusti, ma tronfi. Non vuol dire che "Strut" sia un brutto disco. Vuol dire che l'abbiamo già sentito.
All'incirca venticinque anni fa il revival di Lenny Kravitz rappresentava un'alternativa eccitante tanto alle pop star becere, tanto ai grandi decaduti del rock. Per la prima volta nella storia, il rock traeva energia dal suo periodo "classico", quello compreso fra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70. Kravitz era un campione. Aveva tutto: il talento musicale, lo stile vocale, la presenza, le idee. Quando ha cambiato formula, architettando un R&B dal taglio più pop, ha firmato il suo best seller, l'album "5". E lì si è fermato, come incapace di riprodurre la freschezza rock di "Are you gonna go my way?" o la sensualità di "I belong to you". Ora canta "cala le mutandine e dammi quel tesoro" e farselo bastare non è facile.