Qui la presenza energica di quella straordinaria band che lo ha accompagnato in giro per il mondo si sente di meno, ed è questo l'unico punto debole - se vogliamo - rispetto a un "Old ideas" che viveva di forme stilistiche e colori strumentali più ricchi. E' un disco orchestrato sostanzialmente in coppia (o in trio, considerato l'apporto importante del figlio Adam), dal momento che il produttore Patrick Leonard, collaboratore storico di
I toni sono smorzati, i timbri caldi, il ritmo ipnotico: "Popular problems" è un disco contemplativo e nel primo brano, "Slow", ("Sto rallentando la melodia/la velocità non mi è mai piaciuta"), celebra esplicitamente un elogio a quella lentezza che Cohen racconta di sentire pulsare da sempre nelle vene attribuendole doppi sensi erotici oltre che significati filosofici ("tu vuoi arrivarci in fretta/io voglio arrivarci per ultimo"). E' un dark blues scandito da un piano elettrico e da un battito profondo, mentre a dispetto del titolo "Almost like the blues" è tutt'altra cosa: una litania degli orrori, un'apocalisse del ventunesimo secolo sciorinata con un sorriso beffardo sulle labbra (non ci sono solo le guerre, gli stupri, gli eccidi di massa e le città in fiamme, a turbare Cohen, ma anche le cattive recensioni dei suoi dischi) ed esorcizzata con una musica morbida, rotonda, sospesa che cerca di offrire conforto ai peccatori e ai disperati in cerca di rifugio, salvezza e redenzione. Entra nella carne e nella sostanza sofferta della sua materia poetica, Cohen, sia quando rievoca antiche deportazioni schiavistiche dall'Egitto sia quando riflette sulle ferite non rimarginate dell'America, l'uragano Katrina ("Samson in New Orleans" è un inno dolente chiuso da un fraseggio di violino che commuoverebbe anche i sassi) e l'11 settembre (nell'ultimo verso di "A street", una sorta di Southern soul recitato, il protagonista sosta a un angolo "dove una volta c'era una strada") mentre in "Nevermind" - ipnotica e ossessiva, aperta da un riff quasi disco di tastiera e già proposta dal vivo - è la voce ammaliante di Donna DeLory (anche lei dell'entourage di Madonna, e dunque vecchia conoscenza di Leonard) a intonare un canto di pace in lingua araba sullo sfondo di altri panorami deturpati da guerre e violenze.
Tra i problemi irrisolti dell'umanità Cohen non può mancare di elencare le lacerazioni, i tormenti e le disillusioni dell'amore, mascherandole dietro suoni accattivanti: dopo un assorto inizio per piano e voce "Did I ever love you" accelera in un inatteso country&western che per un attimo alza i bpm del disco, mentre "My oh my" riflette su una fugace e rimpianta passione mescolando country e r&b tra fiati e chitarra slide. E' invece un arpeggio di sei corde acustica a introdurre "You got me singing", la semplice ballata folk che chiude il disco: lì Cohen confessa di sentirsi tuttora spinto a intonare il suo Hallelujah anche se dal mondo arrivano solo brutte notizie, e si capisce che oggi viva questa condizione come una piacevole condanna ("Mi spingi a cantare/come il prigioniero in una cella") per quanto la ricerca della Bellezza e della buona musica spesso costino fatica ("sapessi da quale luogo provengono le belle canzoni ci tornerei più spesso", ha osservato qualche giorno fa). Sono passati appena 36 minuti, e anche questa è una scelta consapevole e filosofica dettata dal rigore di uno stile di vita e dal timore "di diluire l'impatto del disco": "Popular problems" è spietatamente lucido e terapeutico, Cohen racconta verità dolorose e le sue canzoni sono unguenti per il corpo, la mente, il cuore e l'anima.