«GET HURT - Gaslight Anthem» la recensione di Rockol

Gaslight Anthem - GET HURT - la recensione

Recensione del 01 set 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Certi album li capisci dalla copertina. Il nuovo album dei Gaslight Anthem si presenta con una grafica minimale, che ha preso il posto del vintage in copertina di “The ’59 sound”, “American slang” e “Handwritten”. Un cuore rovesciato, colori pieni e senza sfumature, bianco e rosso. Un titolo secco. Un trauma, anzi due.
C’è stato un momento in cui i Gaslight Anthem erano i nuovi predestinati del neo-classicismo rock. I conterranei di Springsteen, gli eredi dei Pearl Jam, dei Replacements. Poi quella che era un’etichetta che ha dato loro visibilità è diventata una maledizione. Qualcosa si è rotto in Brian Fallon, che l’anno scorso ha scritto un rabbioso post su Tumblr. “Questa notte mi avete spezzato il cuore”, scrisse ai fan dopo un concerto a New York in cui il pubblico aveva insistito nel chiedere cover. “Non siamo Bruce, Eddie o Paul”. Un punto di rottura arrivato dopo il primo disco per una major, “Handwritten”, prodotto da Brendan O’Brien (Springsteen e Pearl Jam, guarda un po'). Un disco che avrebbe dovuto permettere il salto in alto e invece li aveva lasciati al loro posto.
Nel frattempo, qualcos’altro si era spezzato: il matrimonio di Fallon, dopo 10 anni - quasi gli stessi di carriera della band. E così ecco il cuore capovolto in copertina, un titolo che suona come un “facciamoci del male” di morettiana memoria. E una band che cerca di buttarsi tutto alle spalle di reinventarsi senza tradirsi, fin dalle prime note di "Get hurt". E così si parte con schitarrate pesanti, che sanno tanto di rock da radio FM americana degli anni ’90.




Sono riusciti, in questa reinvenzione? Mah.
Le canzoni di questo album hanno una strana struttura. Tante schitarrate di quel genere. E brani che poi si sciolgono in aperture melodiche meno secche. “Stay vicious”, “1,000 years”, “Rollin’ and tumblin’” funzionano così e non a caso la band ha scelto queste canzoni per anticipare l’album con le consuete anteprime in rete.
Il fatto è che i Gaslight Anthem continuano a funzionare meglio quando fanno quello che sanno fare: il rock ’n’ roll di “Helter skeleton”, la tensione di “Get hurt” (la canzone). Quando saturano e appesantiscono troppo il suono finiscono per rovinare la loro scrittura, che è sempre stra-classica, e ottima: sentite “Ain’t that a shame”, e pensate cosa potrebbe essere senza quei chitarroni in apertura.
Alla fine, però, i Gaslight Anthem riescono sempre a spezzarti il cuore, letteralmente. Verso la fine arriva “Break you heart”, una capolavoro di canzone. Minimale, springsteeniana fino al midollo (non ce ne vogliano) ma assolutamente personale e perfetta. Una voce e una chitarra, Fallon che si lascia andare: “Ti spezzerebbe il cuore sapere quanto ti ho amato, se ti mostrassi le mie ferite, se ti suonassi le mie canzoni preferite disteso al buio”, canta.
Insomma, i Gaslight Anthem rimangono una delle migliori rock band in circolazione, di quel rock romantico, volutamente anti-contemporaneo, alla ricerca continua della sincerità e del riff perfetto. La sincerità, il cuore: ci sono eccome in questo disco. I riff decisamente meno.
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