«GETTIN' HIGH ON YOUR OWN SUPPLY - Apollo Four Forty» la recensione di Rockol

Apollo Four Forty - GETTIN' HIGH ON YOUR OWN SUPPLY - la recensione

Recensione del 13 set 1999

La recensione

«Siamo una rock band o cos’altro?», si chiedono gli Apolli in questo album, o forse semplicemente anticipano la domanda che potrebbe esser loro posta da un giornalista o da un fan. Il loro terzo album, in realtà, non si ferma al rock, ma va ben oltre: con un organico rimpolpato fino ad assumere le dimensioni di un live act poderoso, va via inanellando spire di tecno rock contagioso (“Stop the rock”), flirta con la musica da film (“Lost in space”) così come il reggatta post Police invertendo il titolo di un loro celebre album e prendendo un prestito un rullante firmato Stewart Copeland (The machine in the ghost”), gioca con un calypso pop riverniciato di elettricità (“Heart go boom”) e sprigiona potenza zippando e rimettendo in circolo il riff di “The wanton song” dei Led Zeppelin in una bella rilettura (“Cold rock the mic”). Ma c’è dell’altro, come sonorità maggiormente ‘chemicali’ o ‘shameniste’ a sorreggere loop autoipnotici (“Blackbeat”), riffoni sottratti dal bagagliaio vacanziero dei Beastie Boys, drum’n’bass di maniera (“Yo! Future”) e trip hop incistato di farciture orchestrali e di spoken words maledette (“High on your own supply”). Un album che condensa il meglio di quanto gli Apollo 440 sappiano fare insieme, una vera soundtrack da film pop di fine millennio, forse la loro prova migliore dagli esordi.
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