«I'M NOT BOSSY, I'M THE BOSS - Sinéad O'Connor» la recensione di Rockol

Sinéad O'Connor - I'M NOT BOSSY, I'M THE BOSS - la recensione

Recensione del 27 ago 2014 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Partiamo dicendo che il nuovo album in studio di Sinead O'Connor, "I'm not bossy I'm the boss", è frutto di un cambiamento. L'ennesimo, da interpretare e da capire.
Anzitutto, il disco arriva a circa due anni di distanza dal precedente "How about I be me (And you be you)?", l'album con il quale Sinead è tornata a misurarsi con un repertorio alla sua altezza e a reindossare i panni di cantautrice intelligente e cazzuta con cui si era fatta conoscere, all'inizio della sua carriera, con gli album "The lion and the cobra" e "I do not want what I haven't got"; il nuovo album sembra prendere le mosse - per ciò che riguarda i contenuti - proprio da quest'ultimo. Lo fa a partire dal primo singolo estratto, "Take me to church", il cui testo è una vera e propria dichiarazione di intenti: "Non voglio amare nel modo in cui ho amato prima, non voglio più scrivere quei pezzi, non voglio più cantare nel modo in cui cantavo prima. Cosa sarebbe successo se avessi cantato prima canzoni d'amore? Non voglio più cantare quelle, io non voglio essere più quella ragazza", canta in un misto di rabbia e di grinta la cantautrice. Ecco un primo cambiamento: la rottura definitiva dal passato. Il sipario si abbassa, la vecchia Sinead saluta il pubblico. E, quando le tende si rialzano, lì sul palco c'è una nuova Sinead. Completamente diversa anche per quanto riguarda il look, come testimonia la copertina del disco, nella quale la O'Connor si mostra come mai l'avevamo vista: dark e tenebrosa mentre stringe forte a sé una chitarra e sfoggia un caschetto nero.



Il disco avrebbe dovuto intitolarsi "The Vishnu room" ma, proprio all'ultimo minuto, la cantautrice irlandese ha deciso di optare per "I'm not bossy I'm the boss", sposando così la nuova campagna di Sheryl Sandberg contro le discriminazioni di genere dall'età infantile a difesa dei diritti e della dignità delle donne (ecco un altro cambiamento - anche il titolo del precedente album, "How about I be me and you be you", fu cambiato in extremis). L'album contiene dodici brani, tutti prodotti da John Reynolds (primo marito della O'Connor e già al suo fianco, come produttore, in alcuni dei suoi precedenti lavori in studio), con i quali la cantautrice irlandese conferma di aver ritrovato la "retta via" dopo anni assai difficili, fatti di discutibili deviazioni, di troppi colpi di testa e di scelte poco intelligenti. Il cambiamento più importante e significativo riguarda il sound di queste nuove canzoni: non il rock semplice delle sue passate produzioni, ma un rock più puro, più tagliente, spigoloso. E che, in alcuni episodi di questo "I'm not bossy I'm the boss", sfocia addirittura nell'heavy.
Tuttavia, ed è bene dirlo, "I'm not bossy I'm the boss" non è un album fatto solo di rock: l'ascolto dell'album spazia infatti da brani in cui Sinead sembra trarre ispirazione dalle band indie folk (è questo il caso di "Dense water deeper down") ad altri in cui sembra invece riproporre il sound tipico dei power trio in voga negli anni '70 (vale a dire quell'unione tra basso, chitarra e batteria che, nell'album, possiamo ascoltare in "Kisses like mine"); passando per una canzone in cui la cantautrice si cimenta con la musica afrobeat (stiamo parlando di "James Brown", realizzata con la collaborazione di Seun Kuti, figlio del maggior esponente del genere in questione, Fela Kuti) e due pezzi in cui affronta invece l'heavy rock ("The voice of my doctor" e "Harbour", tra le più riuscite dell'intero album). Non mancano, poi, brani caratterizzati da una maggiore pacatezza, come "How about I be me" e "Streetcars" (poste rispettivamente in apertura e in chiusura del disco), in cui la voce di Sinead O'Connor è accompagnata da pochi strumenti che rimangono sullo sfondo, in secondo piano.

Più che un album di musica rock, dunque, questo "I'm not bossy I'm the boss" è piuttosto un caleidoscopio di intenzioni musicali che vede nel rock il suo filo conduttore principale. E' un disco che se in un primo momento risulta difficile da metabolizzare e da comprendere, ad ogni nuovo ascolto convince. E' un lavoro con cui Sinead O'Connor sembra prendere le distanze dal gusto popolare in modo più accentuato rispetto al passato e rintanarsi in una piccola nicchia ("You know I love to make music/but my head got wrecked by the business", canta furiosa in "8 good reasons"). Pur sempre una nicchia, è vero, ma di tutto rispetto.
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