«MARY - Mary J. Blige» la recensione di Rockol

Mary J. Blige - MARY - la recensione

Recensione del 08 set 1999

La recensione

“Non ho paura di niente”, annuncia Mary alla vigilia dell’uscita del suo quarto disco, semplicemente titolato “Mary”. A due anni e mezzo di distanza dall’uscita di “Share my world”, si riaffaccia sul mercato discografico in un periodo in cui, a differenza di due anni fa, deve fare i conti con un sovraffollamento di quello che è sempre stato il suo raggio d’azione preferito (l’r&b, ora popolato da gente come Missy Elliott o da una rinata Witney Houston). Ma lei, come ha detto, non ha paura di niente. E lo può ben dire a voce alta. Non solo perché al suo fianco ci sono ospiti illustri come Lauryn Hill, vocalist di The Fugees, con cui Mary ha scritto il primo singolo tratto dall’album, (“All that I can say”) o personaggi del calibro di Nas (uno dei rapper di punta della scena hip hop americana), Aretha Franklin, K-Ci, DMX, Eric Clapton o Elton John, ma soprattutto perché Mary dimostra di saper spaziare tra i generi con una facilità e un gusto immensi. Lo dimostrano le ballate ultrasofisticate a base di soul e gospel. Bedroom ballad che farebbero invidia a qualunque regina dell’r&b. Lo dimostrano le incursioni in territori alla Timbaland/Missy Elliott (“Memories” e “Not looking”), l’hip hop ipnotico, sporchissimo e “astratto” di “Sincerity”, le malinconiche decelerazioni acustiche di “Beautiful ones” e “Don’t waste your time”, la vellutata atmosfera simil trip hop di “Your child” (impreziosita da un piano rhodes sensuale), la funkadelia assassina di “Love I’ve never had”, tutti episodi di grande classe, tutti brani che garantiscono un effetto sorpresa continuo e una varietà multiforme a questo lavoro.
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