«1000 FORMS OF FEAR - Sia» la recensione di Rockol

Sia - 1000 FORMS OF FEAR - la recensione

Recensione del 08 lug 2014 a cura di Pop Topoi

La recensione

Per spiegare il successo di Sia, potrei tirare fuori un sacco di numeri, dalle copie vendute alle visualizzazioni su YouTube, ma scelgo una via meno scientifica e più autoreferenziale. Da un anno e mezzo, recensisco su queste pagine le principali uscite pop internazionali e nei tanti, diversissimi dischi che mi sono capitati tra le mani, il nome di Sia è comparso 16 volte. Insomma, in media una volta al mese, mi sono trovato a che fare con album in cui la cantautrice australiana aveva scritto almeno un brano. Questo la dice lunga sulla sua silenziosa ubiquità: per le grandi popstar, la firma di Sia è diventata essenziale. A volte, il risultato è eccellente ("Diamonds" per Rihanna, "You lost me" per Christina Aguilera); altre, è irrilevante o poco azzeccato ("Sexercize" per Kylie Minogue, "Double rainbow" per Katy Perry, l'inno dei Mondiali di Pitbull e J.Lo), ma non ci si può nemmeno aspettare che una penna così prolifica faccia sempre miracoli.
Sia, soffrendo di un'acuta e debilitante allergia alla fama, ha trovato nel mestiere di autrice un compromesso ideale: prende molti soldi per fare ciò che le piace e senza nemmeno uscire di casa. Per il suo sesto album solista, ha addirittura firmato un contratto che la libera da qualsiasi attività promozionale e, quando decide di presentarsi in pubblico, lo fa senza mostrare il volto, come nelle esibizioni televisive da Ellen e Kimmel.

Si penserebbe che, per il suo ritorno alle scene, abbia conservato i pezzi migliori, quelli che nessun altro interprete di serie A meritava. Ma si presenta subito un problema: la sua scrittura tormentata e sincera, dopo anni di onnipresenza, ha perso la freschezza che la rendeva unica nel panorama pop. Se prima Sia era un'outsider creativa, ora è un'autrice standard e schiava dei suoi tic. Innanzitutto, il suo repertorio di metafore si sta esaurendo: da "sono titanio" per David Guetta a "sono come un elastico" in "Elastic heart"; da "volerò come una palla di cannone" per Lea Michele a "colpiscimi come una palla da baseball" in "Free the animal". E ancora: "sei avvolto come un cappio"; "sono un cesto pieno di dolore"; "hai acceso la fiamma del gas"; "accendi un fiammifero". Sembra che Sia ogni tanto alzi gli occhi dal foglio e cerchi di associare uno stato d'animo al primo oggetto che trova in casa (a volte non deve nemmeno alzare gli occhi dal foglio: "Burn the pages"). Se aggiungiamo le rime "boy/toy" e "girl/world" in "Fair game", diventa evidente che, tra le sue 1000 forme di paura, dovrebbe aggiungere quella del blocco dello scrittore.

Sul versante musicale, nemmeno il produttore Greg Kurstin (un altro che avrebbe bisogno di una pausa) fa del suo meglio. Tra una serie di power ballad piuttosto generiche (e rese appena più interessanti da qualche timido campionamento), spicca "Fire meet gasoline", ma è un calco evidente di "Halo" di Beyoncé; "Chandelier", pur essendo un ottimo singolo di apertura e uno dei brani migliori dell'album, resta troppo riconducibile allo stile di Rihanna per assegnare a Sia una nuova identità musicale distinta. Quando arrivano Diplo e The Weeknd in "Elastic heart", è già tardi per cambiare le cose, ma c'è finalmente una spinta creativa che nelle altre tracce, per un inaspettato eccesso di conformismo, è assente.
L'unico vero elemento unico è la voce di Sia – instabile, tesa e così spudorata nella sua emotività da sembrare un pianto. Non è un caso se le più grandi interpreti del mondo cerchino di imitare il suo stile quando ricantano i suoi demo. Ma anche la voce, come la scrittura, rischia di restare intrappolata tra pericolosi tic che potrebbero presto renderla prevedibile.
Sia ha deciso di tornare sul mercato per prendersi il successo che le spettava, ma forse ha aspettato troppo, e ora "1000 forms of fear", pur essendo un album personalissimo, porta un marchio che ha prestato a troppa gente per poterne rivendicare la maternità.
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