Jennifer Lopez - A.K.A. - la recensione

Recensione del 23 giu 2014 a cura di Pop Topoi

Voto 4/10
Diciamolo subito: nessuno ha bisogno di un album di Jennifer Lopez, lei per prima. Questo non significa che dovrebbe ritirarsi dalla musica, ma che se c'è una cantante che proprio non si può definire un'
album artist è lei. Il suo percorso discografico (per tacere di quello cinematografico) ha avuto un periodo difficile fino al 2010, anno in cui ha cambiato etichetta, è diventata giudice di "American idol" e ha iniziato a collaborare con Pitbull.
È soprattutto merito del non proprio raffinitassimo rapper di Miami e la sua idea di campionare la Lambada in "On the floor" (numero uno in 19 nazioni) se J.Lo è rinata come artista e personaggio pubblico. Il sodalizio è continuato con altri due singoli, l'inno dei Mondiali in corso e la traccia conclusiva di quest'album, che porta il non proprio raffinatissimo titolo di "Booty". Ma nessuno si aspetta musica elegante, oggi, da Jennifer Lopez e l'errore principale del disco è proprio questo. Per quanto beceri, i brani latineggianti da ballare funzionano e fanno presa sul suo pubblico di riferimento, mentre le ballate non hanno alcun senso commerciale né artistico. Appartengono a quest'ultima categorie le insipide "Emotions" e "Never satisfied", in cui la cantante si trasforma in una Lea Michele senza le doti vocali necessarie. Non va meglio nemmeno con la bonus track "Expertease (ready set go)", in cui l'imitazione dell'autrice Sia è così evidente che non si sono nemmeno preoccupati di abbassare la traccia vocale del demo originale, o con "Acting like that" e "Worry no more", pezzi hip-hop senza alcun mordente che non si riescono a salvare nemmeno con le strofe di, rispettivamente, Iggy Azalea e Rick Ross.

Le ospitate sono così tante che finiscono solo con l'accentuare l'indecisione del disco: si cerca di assorbire un briciolo d'identità e credibilità da chiunque sia disponibile a prestare un verso. Per fortuna che qua e là Jennifer Lopez si ricorda del suo ruolo e viene aiutata a svolgerlo dai produttori: Max Martin fa il suo dovere nel pop senza pretese di "First love", mentre Detail (che recentemente ha lavorato su "Drunk in love" di Beyoncé) porta la riuscitissima "I luh ya papi". Quest'ultimo pezzo (singolo portante, stranamente poco venduto) è il riassunto di tutto quello che Jennifer Lopez dovrebbe esigere sempre: un mix delirante di hip hop ed elettronica ballabile, un titolo ridicolo in spanglish, doppi sensi a profusione e un rapper senza vergogna. Non sarà elegante, ma almeno diverte. E funziona anche senza un contorno di altre dieci tracce, perché nessuno ha bisogno di un album di Jennifer Lopez.

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