Recensioni / 03 giu 2014

Bob Mould - BEAUTY & RUIN - la recensione

Voto Rockol: 4.0 / 5
Recensione di Andrea Valentini
BEAUTY & RUIN
Merge Records (CD)
Quando esce un disco di Bob Mould, è sempre un momento di quelli in cui trattieni il respiro per qualche istante. E lo fai anche se ami alla follia gli Husker Du, gli Sugar, e gran parte della sua produzione solista. Quel “gran parte” è dovuto alla presenza di alcuni episodi discografici bizzarri, interlocutori, in cui Bob – alla ricerca di una dimensione che ancora gli sfuggiva – flirtava con sonorità più elettroniche che non gli appartengono (qualcuno vuole per caso farsi male e ricordare “Modulate” e “Body of song”?). Purtroppo, come dicono gli inglesi, “once bitten, twice shy”. Insomma, il timore di qualche sbandata c’è sempre.

Ebbene, potete riprendere a respirare tranquillamente, e magari anche fare un sorriso. Perché questo undicesimo disco solista di Mould è proprio quello che noi tutti desideriamo da lui: alt rock livido, malinconico, rabbioso, intriso di melodie agrodolci e testi introspettivi. Diciamo che è una bella miscela di Husker Du (è impossibile non sentire i brividi di nostalgia quando parte “Kid with crooked face”) e Sugar (“Nemeses are laughing” sembra una outtake di “Beaster” leggermente più pop), con l’aggiunta della saggezza donata dall’età – Bob è arrivato ora a 53 primavere ed è sulle scene da quando era ragazzino: ne ha viste di tutti i colori.

Per intenderci – e per utilizzare termini di paragone più moderni – se avete apprezzato “Silver age” del 2012, qui troverete parecchio pane per i vostri denti. Anzi, se vogliamo, potremmo pensare i due dischi come una sorta di coppia ideale che si complementa per ispirazione, sonorità e mood.
I momenti meno convincenti sono quelli più vicini al college rock standard – ok facciamo i nomi: “The war” e “Forgiveness”. Che sono due bei pezzi, ma semplicemente poco à la Mould; o meglio, poco in linea con la tensione e l’umore dell’album... “Forgiveness” addirittura è quasi beatlesiana, nella sua melodia pop spensierata e in technicolor (non che sia un male, ma il registro speciale di Bob è un altro). Non per nulla i due brani sono piazzati uno vicino all’altro, a metà, seguiti subito da una staffilata in piena faccia, ovvero una furiosa “Hey Mr. Grey” in puro stile Husker Du del periodo “Flip your wig”. E scusate se è poco, vien da dire!
L’ultima porzione dell’album, in particolare, è un crescendo di grande rock, genuino, pulsante, iconico. Ma anche una lezione di storia della musica alternativa degli ultimi 30 anni... perché se proprio si deve usare l’aggettivo “seminale”, allora è giusto farlo in riferimento a Mould e alle sue band. Senza di loro probabilmente il rock alternativo degli ultimi 25-30 anni sarebbe molto diverso: riuscite a immaginare come sarebbero andate le cose senza dischi come “Metal circus”, “Zen arcade”, “Workbook” o “Copper blue”? Chissà...

E allora, brindiamo – metaforicamente e non – alla maturità di Mould, che alla fine, dopo tanto peregrinare e tribolare (le sue vicende personali sono ben raccontate nella bella autobiografia di un paio d’anni fa), ha raggiunto un fantastico equilibro. Uno status che ha, paradossalmente, alimentato la scintilla di quell’energia geniale e rabbiosa che lo muoveva in gioventù, ma gli consente di dominare un istinto altrimenti troppo mercuriale. Questo si chiama invecchiare con stile: alla faccia di chi si mette a sfornare ballate folk di terza mano credendo di dare segnali di maturità.
E non dimentichiamo di soffermarci un paio di minuti a riflettere sulla bellissima copertina. Nella sua semplicità disarmante, comunica un messaggio che è la chiave di lettura dell’album: due scatti di Mould sovrapposti, uno dei suoi anni di gioventù e uno contemporaneo. Due anime che si ritrovano e convivono.