«PHOSPHORESCENT HARVEST - Chris Robinson» la recensione di Rockol

Chris Robinson - PHOSPHORESCENT HARVEST - la recensione

Recensione del 31 mag 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

I Black Crowes confinati nel ruolo secondario di "side project" dal futuro incerto, Chris Robinson ha trovato un'occupazione alternativa a quella di rock star annoiata e una nuova missione a cui dedicarsi: sventolare in ogni dove la bandiera della California freak con la sua "Fratellanza" di musicisti, un'accolita di hippies con barbe e capelli lunghi che tengono a mente il precetto di Timothy Leary ("Turn on, tune in, drop out"), scorrazzano come Ken Kesey su un bus diretto verso un ignoto "oltre" e si vedono come i protagonisti di un western di Robert Altman ai margini dell' "altra" America. Zeppo come sempre di riferimenti lisergici nella musica come nella grafica di copertina, "Phosphorescent harvest" è il terzo album in meno di due anni per una formazione cresciuta secondo le buone regole delle jam band americane: suonando senza sosta dal vivo, centinaia di concerti che hanno affinato la telepatia tra i musicisti e irrobustito la loro fiducia in se stessi. La Woodstock Nation vive oggi la terza età, non è più tempo di "Wooden ships" e di astronavi Jefferson dirottate verso galassie inesplorate, ma oggi la "rivoluzione psichedelica" di Robinson e i suoi stati alterati di coscienza trovano terreno fertile nell'attenzione che i media e una discreta fetta di pubblico riservano alle dolci e avventurose divagazioni rétro di artisti come Jonathan Wilson (Robinson ci tiene a rimarcale le differenze, però, rivendicando un atteggiamento più spontaneo e molto meno disciplinato soprattutto in sala di registrazione).

Il modello di riferimento - lo conferma in modo inequivocabile la collana dei dischi dal vivo affidati alle mani e alle orecchie esperte di Betty Cantor-Jackson - sono ancora e sempre i Grateful Dead di Jerry Garcia, richiamati con evidenza nel fluido fraseggio chitarristico dell'eccellente Neal Casal e nell'incedere rilassato di "About a stranger", una impeccabile ballata che rimanda direttamente ai tempi eroici di "Workingman's dead" e di "American beauty". Va aggiunto che Garcia-Hunter (ma anche Weir-Barlow) erano su un altro piano compositivo, e che solo in un altro paio di occasioni il nuovo disco prende decisamente il volo: non sarà un caso, forse, che succeda nei brani più lenti e ipnotici come "Wanderer's lament" (il clima è quello degli Stones di "Wild horses") e "Burn slow", una magnetica e dilatata ballata dagli accenti soul e un po' floydiani che tiene fede al titolo bruciando a fuoco lento.

L'intenzione sembra chiara: più canzoni e meno jam, più melodie e meno assoli. Con uno spirito improntato al divertimento e al prendere le cose come vengono e qualche sorpresa soprattutto nell'iniziale "Shore power", un rock and roll anni Settanta che inizia con un ritmo robotico da dancefloor e luci stroboscopiche e sfocia in un riff glam alla T. Rex . Robinson canta in scioltezza, la chitarra di Casal e le tastiere del "corvo" Adam MacDougall (impegnato a tutto campo tra piano, organo, clavinet, piano elettrico e bizzarre sonorità di synth) intrecciano patchwork brillanti e colorati ma è la scrittura a essere intermittente e non sempre convincente. Gli ingredienti sono noti, e col pilota automatico inserito la Chris Robinson Brotherhood macina chilometri a ritmo di arcigno Southern rock ("Meanwhile in the gods...", una "Beggar's moon" che sarebbe piaciuta al compianto Pig Pen), country & western ("Badlands here we come" e "Clear blue sky & the good doctor", accesa da una inattesa jam eterea e spaziale), persino easy rock californiano ("Tornado") da autoradio e Highway 1. A dispetto delle premesse e delle benedizioni elargite (nelle note di copertina) ai "trip takers" usi alle sostanze allucinogene, stavolta la band suona più "normale" e meno fantasiosa del solito, e non bastano il rinnovato entusiasmo di Robinson, la sua sete di musica, il sodalizio sempre più stretto con Casal e il rodato interplay del quintetto a fare di "Phosphorescent harvest" un album ben a fuoco e convincente da cima a fondo: magari proprio perché è il concetto stesso di disco inteso come "racconto", progetto coerente e raccolta omogenea di canzoni a fare un po' a pugni con il dna e la filosofia di questo quintetto di cavalieri psichedelici. Che intanto, però, hanno immagazzinato altro materiale per i prossimi concerti: e quelli, si sa, sono un'altra cosa.
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