«NIAFUNKE' - Ali Farka Touré» la recensione di Rockol

Ali Farka Touré - NIAFUNKE' - la recensione

Recensione del 28 ago 1999

La recensione

«Questo album è più vero, più autentico. E‘ stato registrato nei luoghi a cui questa musica appartiene – nel profondo Mali. Eravamo nel bel mezzo del panorama che aveva ispirato la musica e che adesso, a turno, ispirava me e i musicisti. La mia musica riguarda il posto da cui vengo e il nostro modo di vivere ed è piena di messaggi molto importanti per chi è africano. In occidente forse questa musica verrà considerata soltanto intrattenimento e non mi aspetto che la gente la capisca. Ma spero soltanto che alcuni si prenderanno il tempo per ascoltarla e per apprendere. Ali Farka Toure». E’ dal celebre “Talking Timbuktu” che Ali Farka Toure non rientrava in uno studio di registrazione e, per questo disco, non si può certo dire che lo abbia fatto, almeno in modo tradizionale. Stanco di tournée e attività promozionali che lo stavano portando via dalla sua musica e dalla sua gente (Ali è un titolare di un’azienda agricola e padre di 11 figli), il chitarrista è tornato nel villaggio in cui vive, Niafuké, situato sulle rive del fiume Niger, ai margini del deserto del Sahara, nel Mali centrale. E’ lì che ha aspettato tranquillo l’arrivo dello studio mobile con cui la World Circuit ha registrato le sue nuove canzoni (ad opera di Nick Gold e Jerry Boys, già all’opera in Buena Vista Social Club): montato lo studio in una sorta di capannone in mattoni, il più sembrava fatto. Ma non era ancora finita, visto che Farka Toure si è reso disponibile per le registrazioni soltanto tra una pausa e l’altra della giornata lavorativa, finendo per incidere molti pezzi alla prima take. Inutile dire che il risultato riflette ampiamente questa gestazione così atipica: affiancato dai suoi musicisti e da un terzetto di vocalist, Farka Toure ha saputo liberare completamente la spiritualità presente nella sua musica attraverso musiche ripetitive e capaci di calarsi a fondo in chi ascolta (“Mali dje”, “Cousins”) e lo scintillante suono della sua chitarra, il cui stile finisce per essere asciutto e secco come quello dei migliori bluesman ma al tempo stesso influenzato anche dalle sonorità argentee e ‘a cascata’ della kora, uno degli strumenti tradizionali più importanti nella musica del Mali. Percussioni e violini fanno il resto, regalando un album di grande emozione che speriamo saranno in molti a saper apprezzare.
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