Horrors - LUMINOUS - la recensione

Recensione del 12 mag 2014 a cura di Marco Jeannin

Voto 8/10
Poi qualcuno chiede a Faris Rotter del sound del nuovo disco, e lui risponde: “Penso sarebbe fuorviante dire che ha più chitarre e più synth, perché la metà del tempo le chitarre suonano come dei synth. E' giusto dire che c'è un po' più di tutto?”. Forse sì e forse no, ma del resto poco importa, dico io. O sbaglio? Perché non so voi ma al sottoscritto, arrivati a questo punto, al quarto album in casa
Horrors , disquisire se sono di più le chitarre o i synh, o se è vero che le chitarre suonano come i synth non interessa esageratemente; gli Horrors oramai la loro strada l’hanno trovata da tempo, in pratica da “Primary colours” (“Strange house” verrà rivalutato più avanti, ora non è il momento). Lì c’è stata la svolta, seguita nel giro di un paio di anni dalla grandissima conferma, “Skying”, il capolavoro vero e proprio. “Skying” me lo sono sentito un paio di volte dal vivo, ovviamente spezzettato, e parecchie in cuffia. E’ un disco talmente bello che per dargli un seguito sono serviti tre annetti abbondanti e una mole di lavoro che immagino bella consistente, per usare un eufemismo. Sull’effettiva capacità di Faris e compagni di fissare un pugno di pezzi di qualità però non ho mai avuto dubbi. La mia preoccupazione piuttosto (che poi non è che uno non ci dorme la notte, per carità), a ridosso della pubblicazione del seguito, era quindi legata non al sound di per sé, come già detto, ma alle idee. Perché se mancano le idee, puoi avere tutti i sintetizzatori del mondo che suonano come un plotone di Fender (e viceversa), ma non cavi un disco dal buco. E “Skying” è un disco che in un modo o nell’altro ti dice già tutto quello che devi sapere.


“Luminous” parte da qui, da una presa di coscienza chiara e semplice da parte degli Horrors della loro identità. Un’identità (new) new wave, pop e, soprattutto, psichedelica, destinata ad evolvere stilisticamente quel tanto che basta per conferire ad ogni nuova opera quel pizzico di novità che la distingue ma non la snatura. Ecco quindi che sì, “Luminous” è un disco più sintetico rispetto al passato, ma la sostanza è sempre quella. E durante i primi ascolti, devo ammetterlo, questa cosa un pochino mi ha frenato; non dico che ci sono rimasto male, ma insomma… Perché “So now you know”, “First day of spring” e “I see you” mi sono suonate troppo familiari fin da subito. Certi giri, certi passaggi. Allora ho cercato una chiave di lettura diversa, magari rovistando in profondità; “Mine and yours”, “Sleepwalk”: pezzi più inglesi, più esplicitamente psichedelici per quanto meno appariscenti. Ma niente. La svolta è arrivata guarda caso, facendo un passo indietro, di nuovo su “I see you”, quando distogliendo l’attenzione (il classico momento in cui smetti di guardare un disco e lo ascolti e basta) il pezzo ma l’ha reclamata con forza. “I see you” è un singolo perfetto e dura sette minuti e mezzo. Ti rimane appicciato con la sua palese immediatezza, eppure nasconde un mondo di texture e dettagli, di atmosfere e di riflessi, da far spavento. Respira, cambia, vive; cresce vertiginosamente con il passare dei minuti. Eleva la melodia a un livello superiore. E ho capito. Ho capito che gli Horrors di “Luminous” sono effettivamente gli stessi di “Skying” e “Primary colours”, solamente più maturi, molto più solidi e più consapevoli. Una band vecchio stampo, in grado di far sembrare semplici cose complesse, di stupire senza per forza cercare il colpo ad effetto ma affidandosi completamente ad un genere, la psichedelia, quella vera, che in tantissimi provano a imitare, che pochi sanno gestire e che loro addirittura padroneggiano. E sì, ci sono tanti synth e tante chitarre, perché siamo nel 2014 e la psichedelia stessa oggi suona così. Vintage e nuova, semplice e complessa. Cupa e luminosa. Da ascoltare tutta d'un fiato.


Poi Rotter precisa: “Questo emettere luce e rilasciare energia, riassume molto del modo in cui facciamo musica: una cosa che è sempre stata fondamentale per noi è il fatto di aver tenuto lo stesso livello d’intensità degli inizi”. A posto così.

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