«GOING BACK HOME - Wilko Johnson & Roger Daltrey» la recensione di Rockol

Wilko Johnson & Roger Daltrey - GOING BACK HOME - la recensione

Recensione del 01 apr 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Come si fa a giudicare un disco come questo con il dovuto distacco emotivo? Senza farsi coinvolgere dalla storia tragica che lo sottende? Senza esprimere ammirazione incondizionata per la tempra, lo straordinario coraggio e l'incrollabile umore di Wilko Johnson ? Che, malato terminale di tumore al pancreas, ha già contraddetto più volte le brevi prospettive di vita pronosticategli dai medici reagendo all'avvicinarsi ineluttabile della morte con l'iperattivismo di chi, invece di abbandonarsi allo sconforto, si preoccupa di non lasciare nulla di intentato e continua a fare quel che ha sempre fatto - concerti, tour nell'amato Giappone - affrettando i tempi per realizzare l'album dei suoi sogni. Prima che sia troppo tardi, e a fianco di uno dei suoi eroi giovanili (peraltro di soli tre anni più anziano di lui): Roger Daltrey , la voce degli Who con cui l'empatia è scoccata subito dopo un incontro nel backstage dei Mojo Awards del 2010 (e che con i malati di cancro ha una assidua frequentazione in qualità di patrocinatore del Teenage Cancer Trust).

La storia e le premesse sono troppo speciali e commoventi, ma provate per un attimo a non pensarci: "Going back home" suonerebbe lo stesso come un piccolo trionfo, l'omaggio spontaneo, entusiasta e senza fronzoli di due ragazzi degli anni Quaranta alla musica che hanno amato da adolescenti, il rock and roll dei Fifties, il blues elettrico dei padri di Chicago, il rhythm & blues che impazzava nei club della Londra non ancora Swinging e pre-psichedelica. Sguazzando in uno stagno che conoscono come le loro tasche, le due anime gemelle sembrano divertirsi un mondo e con entusiasmo contagioso. Roger sfodera un timbro ruggente e leonino come da un po' non si sentiva, Wilko strattona come al solito la fida Telecaster ricavandone assoli fulminei e ficcanti, oltre alle classiche pennate e agli inconfondibili accordi scheggiati e taglienti.

Business as usual, insomma, non fosse per quel che sappiamo e che la coppia si muove con ammirabile e non scontato sincronismo, sorretta da un'iconografia consona (sulla copertina vintage a collage campeggia nientemeno che il rinato logo Chess, marchio doc del miglior blues e r&b) e da un cast di comprimari perfettamente calati nella parte: la ex sezione ritmica dei Blockheads di Ian Dury, Norman Watt-Roy al basso e Dylan Howe alla batteria, che accompagna abitualmente Johnson in concerto, accanto all'armonicista Seve Weston e a Mick Talbot, l'ex Style Council oggi in forze ai Dexys che qui svaria con vivacità tra pianoforte e organo Hammond. Avrebbero potuto immergersi in un omaggio alle comuni radici e passioni, ma Daltrey ha dato carta bianca al partner nella scelta delle canzoni e Wilko ha preferito rileggere il suo, di repertorio, mischiando le carte tra standard dei gloriosi Dr. Feelgood , icona del pub rock britannico, e cose pubblicate nei suoi lunghi anni da solista. Unica eccezione una robusta cover di "Can you please crawl out your window", Bob Dylan datato 1965 e in piena tempesta elettrica che Johnson aveva già ripescato in "Ice on the motorway": l'album del 1981 la cui title track più di ogni altra manifesta nel riff e nella scansione ritmica la devozione dei due nei riguardi di Johnny Kidd & The Pirates, assi del rock and roll inglese a cavallo tra Cinquanta e Sessanta la cui "Shakin' all over" diventò per gli Who un classico cavallo di battaglia in concerto (anche a Woodstock, e nello storico "Live at Leeds"). Il legame non si esaurisce lì perché la firma di Mick Green, che dei Pirati fu chitarrista, compare proprio su "Going back home", primo di una serie di "maximum r&b" che animano un disco breve (34 minuti e 29) e concentrato come ai tempi del vinile. Al boogie arrembante di quella introduzione "I kept it to myself" risponde con un'armonica dilagante e "Keeping on loving you" con gran scale di basso e un ritmo funky che torna prepotente in "Keep it out of sight", pilastro del primo album Feelgood "Down by the jetty" che gli Style Council di Paul Weller esponevano nel 1985 - in modo quasi invisibile, a dire il vero - nel "loro favourite shop" (Talbot sfodera un brillante assolo d'organo, e così il cerchio si chiude).





"Some kind of hero" ricorda un po' gli Stones imberbi di inizio Sessanta, "Everybody's carrying a gun" recuperata dall'unico album dei Solid Senders ha un umore più easy, lo struggente lento "Turned 21" dà agli ascoltatori modo di rifiatare e al vocalist occasione di sfoderare il suo timbro più soul, mentre gli altri classici dei Feelgood, "Sneaking suspicion" e "All trough the city", conservano ancora oggi ormoni, adrenalina e spirito ribelle a sufficienza (solo Daltrey e Eric Burdon, forse, potevano rimpiazzare Lee Brilleaux). Il tutto suona come un'istantanea in presa diretta, e non sorprende che al produttore Dave Eringa siano bastati otto giorni per completare in un piccolo studio dell'East Sussex un disco così, da ascoltare in repeat e a tutto volume. Difficile immaginare un testamento più vitale e meno sofferente di questo e l'augurio, ora, è che Wilko compia altri miracoli. Non dovesse farcela, se ne sarà andato con un party memorabile a cui è bello essere stati invitati.
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