«L'ATTESA - Giusy Ferreri» la recensione di Rockol

Giusy Ferreri - L'ATTESA - la recensione

Recensione del 31 mar 2014

La recensione

Ci siamo dimenticati in fretta dei traguardi raggiunti da Giusy Ferreri al suo esordio. Per esempio, di quando passò 11 settimane consecutive alla numero uno della Fimi (tuttora un record per un'artista femminile), salvando la credibilità commerciale di un nuovo talent show. C'era una storia molto televisiva, c'era la mano di Tiziano Ferro (ma ci guadagnò anche lui, avviando una fortunata carriera parallela come paroliere) e c'era una voce subito inconfondibile.
Questo Sanremo era luna buona opportunità per ricordarci del suo potenziale, dopo due album poco memorabili e una pausa lunga e necessaria. È arrivata all'Ariston in condizioni fisiche e psicologiche difficili, ma le canzoni sono sopravvissute. "L'amore possiede il bene" e "Ti porto a cena con me" sono due dei punti più alti di quest'album: la prima si faceva perdonare qualche ovvietà nel testo ("Sorridere fa bene, rimpiangere fa male"…) grazie a un ottimo arrangiamento reso ancora più efficace dagli archi dell'orchestra dal vivo. Suonava, e suona tuttora, come un successo radiofonico pronto a esplodere, ma il pubblico ha preferito una ballata in cui Casalino, come ne "L'essenziale" di Mengoni, scrive d'amore con frasi semplici e misurate ma assai evocative. Il talento dell'autore, oltre che nei brani sanremesi, si ritrova nella traccia d'apertura "Inciso sulla pelle" e conferma come davvero non ci sia bisogno di Los Angeles o Londra per molti cantanti italiani. Parte dell'album è stata infatti prodotta all'estero, ma i frutti di queste sessioni con Linda Perry o Yoad Nevo non sono esaltanti: "Victoria" (la storia di un'acrobata bohémienne), "Neve porpora" (racconto della serata in cui si avvera la profezia dei Maya), "L'anima" (ballata sull'importanza di ascoltare la propria anima) sono momenti in cui si sente l'impulso di cercare sonorità internazionali, ma i risultati sono piuttosto ordinari e puntano invece i riflettori sull'acerbità di Giusy come autrice di testi.
Le eccezioni, nei suoni e nelle parole, per fortuna arrivano con l'aggressiva traccia nascosta "Ho ucciso il diavolo" e soprattutto con "La bevanda ha un retrogusto amaro". Quest'ultima è un esperimento elettrizzante e psichedelico quanto i suoi contenuti: la storia di una ragazza che viene drogata a sua insaputa in discoteca. Nelle interviste, Giusy ha tenuto a specificare che non è autobiografica ed è da considerarsi come una specie di pubblicità progresso, ma c'è un'ambiguità nell'atteggiamento della vittima verso il carnefice (che la gente attorno a lei chiama "stupratore" e lei soprannomina "marziano", e lo vuole rincontrare) a rendere il pezzo più complesso e sfaccettato. E poi, è una canzone che parla di Rohypnol dentro un album presentato a Sanremo: mostra un coraggio di cui non la si credeva capace.
"L'attesa" è un album riuscito solo a metà, ma anche nei momenti meno convincenti conferma la capacità di Giusy Ferreri di arricchire una canzone pop qualsiasi con la forza di una voce inconfondibile.
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