«HAI PAURA DEL BUIO? - RELOADED - Afterhours» la recensione di Rockol

Afterhours - HAI PAURA DEL BUIO? - RELOADED - la recensione

Recensione del 14 mar 2014 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Musicisti contabili e ribelli coi soldi di papà. Silenzi pornografici e giocattoli vibranti. Una vacanza di pietra e un cuore bianco come eroina. Estremisti edili e fratelli nel controllo. Sguardi nucleari e vestiti di lividi. Cavalieri sieropositivi e anime senza finestra. E sotto, ad alimentare il ribollio delle visioni, impennate rumoristiche feroci e momenti di stasi irreale, bordoni inquietanti e ritmi forsennati, canzoni pop luccicanti e cori d’oltretomba, timbri originali ed echi esagerati. “Hai paura del buio?” era un gran casino. Un meraviglioso casino, un affastellarsi di stimoli sonori e poetici accatastati con intensità provocante, uno sguardo gettato oltre il risaputo, alla ricerca d’orizzonti musicali inesplorati o per lo meno inusuali. Per molti è un capolavoro. Di certo è uno dei dischi chiave del nostro rock alternativo, un piccolo shock culturale per l’epoca. Secondo album degli Afterhours cantato in lingua italiana, uscì nel 1997, in anni di profondo rinnovamento per il rock di casa nostra. Ci si lasciava alle spalle una tradizione melodica paludata, ma anche la sudditanza psicologica nei confronti del rock anglosassone. “Hai paura del buio?” ci provava parlando un linguaggio nuovo e viscerale, una lingua segreta che centrifugava in modo rabbioso e poetico provocazione, amore, noia, rivalsa, ironia e sesso, tradotti in suoni che nessuno aveva mai sentito prima.
Sono pochi i gruppi italiani devoti all’arte del rinnovamento quanto gli Afterhours. Ogni loro disco è una nuova avventura, un suono diverso, una prospettiva inedita. Questa volta però si guardano indietro riprendendo “Hai paura del buio?”. Hanno rimasterizzato l’incisione originale dandole il corpo, la profondità e l’incisività che non aveva nel ’97, ma soprattutto hanno risuonato l’album affiancati da un cast internazionale che va dal Teatro degli Orrori a Mark Lanegan passando per Rachele Bastreghi dei Baustelle e Nic Cester dei Jet. Una canzone, un ospite, una visione. Del resto un disco tanto vario si presta ad essere riletto da una molteplicità di voci. L’album è ora disponibile in tre versioni: un doppio cd digipak contenente il nuovo “Hai paura del buio” (sottotitolo “Reloaded”) e l’originale rimasterizzato (“Original Version Remastered”, appunto); le tracce digitali in esclusiva su iTunes con l’aggiunta di “Voglio una pelle splendida” cantata da Daniele Silvestri e non inclusa nel cd; un box set stampato in 1000 copie numerate contenente due doppi vinili da 180 grammi e il doppio cd. La domanda è: ne vale la pena? O è un’operazione per quarantenni nostalgici?

Anzi, la domanda è: non iniziava con una bestemmia, questo disco? Non ti tirava subito una sberla per scioccarti e offenderti? Edoardo Bennato riprende “1.9.9.6.”, ne cambia l’attacco, si sottrae alla blasfemia e se la prende con gli “attivisti militanti paladini della fede controcorrente” che sostituiscono gli architetti che nel ’97 avevano “in mano la città”. Eugenio Finardi arriva a ribaltare il senso di “Lasciami leccare l’adrenalina”, incisa con lo stesso team del suo recente “Fibrillante”. Era una canzone furiosa, sadica e politicamente scorretta (“Forse non è proprio legale, sai, ma sei bella vestita di lividi”), è diventata elegantemente inquietante, masochistica e forse più accettabile in tempi di femminicidi (“Forse non è proprio normale, sai, ma sono forte vestito di lividi”). Del resto i pezzi sono stati consegnati agli artisti unitamente alla missione di rileggerli in maniera radicale, se necessario cambiando anche il testo, mentre i musicisti degli Afterhours si prestano a far da backing band, suggeritori, produttori. E così la Fuzz Orchestra e Vincenzo Vasi al theremin rendono ancora più pazzo “Questo pazzo pazzo mondo di tasse”, i Luminal tolgono il pathos a “Elymania” per farne un’esperienza sonora ottundente, Piers Faccini azzarda una versione etno-bucolica di “Come vorrei” che spiazza, sì, ma per la delicatezza folk che non apparteneva all’album originale. Non tutti gli ospiti stranieri brillano, complice forse l’ostacolo espressivo della lingua. Dov’è finita la leggendaria profondità interpretativa di Mark Lanegan, quel timbro da brivido che uno s’immagina provenga dalle viscere della terra? Non in questa versione di “Pelle”, di cui l’americano è l’anello debole. Molto meglio Joan Wasser che dona una strana dolcezza al quadretto esangue di “Senza finestra” nonostante la pronuncia crei un fastidioso effetto-Mal (sì, quello di “Pensiero d’amore”). Chi si aspettava una prestazione vocale ferocemente intensa da Greg Dulli in “Male di miele” resterà deluso, in compenso scoprirà che il pezzo rende, eccome, anche senza chitarre elettriche. Un bel rovesciamento di fronte per quello che è considerato il grande inno rock degli Afterhours.
È notevole il modo in cui certi italiani sono a proprio agio con queste canzoni. Giuliano Sangiorgi dei Negramaro porta il ritornello di “Rapace” in una nuova dimensione, oltre a chiuderla in modo inedito e suggestivo; Pierpaolo Capovilla e Il Teatro degli Orrori sono semplicemente perfetti per dare voce al trasporto sconquassante di “Dea”; i Bachi da Pietra enfatizzano l’anima oscura di “Punto G” trasformandola in una specie di messa nera; Marta sui Tubi si calano senza problemi nei panni del “Musicista contabile”. Musicisti/produttori come Enrico Gabrielli (Der Maurer), John Parish e Damo Suzuki (Can) hanno riscritto le parti strumentali rispettivamente di “Simbiosi” (con la voce di Vasco Brondi), “Terrorswing” e della title track, espandendone i significati. Cristina Donà dà voce a “Televisione”, già lato B del singolo di “Male di miele”, che viene ripresa in coda da Piero Pelù. Ma una delle missioni degli Afterhours, in quel ’97, non era lasciarsi alle spalle il rock dei Litfiba?
La versione “Reloaded” di “Hai paura del buio?” è la riscrittura collettiva di un’opera magari non fortunata dal punto di vista commerciale – diciamolo: nel ’97-’98 persino Leone di Lernia vendeva più degli After – ma influente sul lato artistico. È un omaggio al gruppo milanese e al suo gusto per la diversità (“freakness”, direbbero gli americani coinvolti nel progetto), la dimostrazione della molteplicità di significati offerta dall’album, un modo per “resuscitare” (il verbo è di Manuel Agnelli) un lavoro che appartiene a un’altra epoca. Un disco intenso, che sa di lotta, forse perché nato non nell’abbondanza di mezzi e di stimoli, ma dalla privazione e dalla precarietà. La band di “Hai paura del buio?” stava costruendo la propria identità. Usciva dall’esperienza di “Germi”, il primo album in lingua italiana costruito usando in modo eterodosso la tecnica del cut up di William Burroughs. Di quell’esperienza era rimasto lo slancio verso la libertà espressiva, che dalla musica così ricercata dal punto di vista timbrico si riverberava sui testi provocatori. Diciassette anni dopo, possiamo affermare che lo shock culturale ha funzionato. E a giudicare dal consesso di musicisti che hanno risposto all’appello degli Afterhours, funziona ancora oggi.
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