«YOU SHOULD BE SO LUCKY - Benmont Tench» la recensione di Rockol

Benmont Tench - YOU SHOULD BE SO LUCKY - la recensione

Recensione del 11 mar 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione




Un uomo solo davanti al piano, in uno studio di registrazione. Ha 60 anni. Per la prima volta suona per se stesso.
La copertina di “You should be so lucky" dice molte cose. Perché quell’uomo è Benmont Tench, un dio minore del rock, di quelli che la storia la fanno stando in seconda fila, mettendosi sempre al servizio di altri. La lista dei musicisti che hanno richiesto la sua presenza è impressionante, è il paradiso del classic rock. Ah: Tench è membro fondatore di una delle migliori band di sempre, gli Heartbreakers di Tom Petty.
“You should be so lucky” è il suo debutto solista. E il dubbio è quello che arriva, inesorabile, per questi dei minori che fanno il grande passo e cercano di diventare maggiori: possono passare in prima fila, o il loro destino è quello di rimanere lì nascosti? Se fanno il salto, sanno atterrare con grazia, o cadono male?
Dubbio sciolto immediatamente alla prima canzone, "Today I took your picture down”: voce delicata ma espressiva - quasi sembra di sentire Tom Petty, per un attimo. Un tocco di piano e uno di chitarra. Un bel testo e una canzone che funziona da subito. In sostanza classe da vendere anche come autore - le canzoni del disco sono tutte sue, tranne due, entrambe da Dylan: “Corinna Corinna” (tradizionale arrivatoci attraverso lo Zio Bob) e "Duquesne whistle”, dall’ultimo “Tempest”.
Ma il disco, nonostante la lunga fila di ospiti, brilla di luce propria. C’è Tom Petty (che suona educatamente il basso, senza farsi notare troppo). Ci sono Ryan Adams, Ringo Starr, Gillian Welch. Anche loro tutti molto educati e, per una volta, loro in seconda fila per non togliere il primo riflettore a Tench, che se lo merita eccome. E poi c’è quella vecchia volpe di di Glyn Johns alla produzione che rifinisce un disco dai suoni perfetti, spaziosi. puliti.
Nel disco c’è un po’ di tutto: ballate come l’iniziale, il rock di “Veronica said”, di “You should be so lucky” e il country-rock di “Blonde girl, blue dress”. Ci sono pure un paio di strumentali jazzati: “Ecor rouge” e “Wobles”: il disco, in fin dei conti, esce per la Blue Note - fatto rimarcato dalla grafica “classica” della copertina - anche se rimaniamo più sul versante rock che su quello che ha fatto la fortuna dell’etichetta.
Però alla fine le canzoni che funzionano meglio sono quelle più delicate, che mettono in luce la voce sottile ma calda di Tench, come "Why don't you quit leavin' me alone”.

“Dovresti ritenerti fortunato che mi importi qualcosa”, canta con malcelata ironia nella title-track. Sta parlando d’altro, è una storia d’amore. Ma alla fine sta parlando di noi, quelli fortunati: poteva rimanere lì tranquillo a fare il tastierista a vita, accumulando crediti, credibilità (e soldi). Invece ha deciso di fare il salto, e di farlo con questa grazia e di regalarci questa bella sorpresa, uno dei migliori dischi di genere usciti finora quest’anno.
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