«OLD BOY - Giuliano Palma» la recensione di Rockol

Giuliano Palma - OLD BOY - la recensione

Recensione del 28 feb 2014 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Sanremo, mercoledì 19, ore nove e trentacinque. Giuliano Palma ha appena finito di cantare “Così lontano” e “Un bacio crudele”. Armin Zoeggeler, medaglia di bronzo a Sochi nello slittino, appare sul palco dell’Ariston per proclamare la canzone che passa alla fase successiva. Mentre Fabio Fazio e Luciana Littizzetto intervistano lo slittinista, Palma sta in disparte con le gambe incrociate, la scarpa destra puntata a terra, l’asta del microfono impugnata a novanta gradi, la testa lievemente reclinata, lo sguardo celato dagli occhiali da sole. Se ne sta così, immobile: la foto promozionale di se stesso. “Old boy” fa lo stesso effetto: è il disco di un dandy che esibisce le sue pose migliori. Seduce con facilità, ma fatica a lasciare un’impressione duratura e profonda.
La storia è questa. Dopo vent’anni di concerti e quindici di dischi coi Bluebeaters, Giuliano Palma ci ha dato un taglio: fine della collaborazione col gruppo, basta ska, stop alla formula ormai logora delle cover. Per ripartire puntando su se stesso. Per dare un seguito al disco solista del 2002 “Gran premio”. Per liberarsi dal passato, un po’ come il protagonista del film di Park Chan-Wook “Old boy” che per vent’anni è tenuto in prigionia senza saperne il motivo. A dispetto delle premesse, l’album non cambia la filosofia musicale di Palma. Non ci sono scossoni, né svolte radicali. La produzione curata dal cantante con Fabio Merigo è spudoratamente rétro. Mette da parte lo ska per abbracciare una forma di R&B melodioso codificata così bene da Mark Ronson con Amy Winehouse e qui filtrata attraverso la sensibilità da esteta mod di Palma. E così l’introduzione di “Una colpa” strizza l’occhio a Curtis Mayfield e “Un bacio crudele” mima certe deliziose canzonette delle Supremes. Vale anche per “Così lontano”, col testo di Nina Zilli, undicesima nella classifica finale del festival. “Ora lo sai” è invece scritta da Samuel dei Subsonica: era in levare, Palma l’ha cambiata in un rock-soul perché “basta con questo levare, ora vogliamo battere”.




L’impianto soul e rhythm & blues basato sulle staffilate dei fiati e sorretto da gustose parti di tastiere non lascia spazio a variazioni sul copione, giusto a pennellate di colore come i sapori western di “10 passi”, il brio esotizzante di “L’estate arriverà”, l’indolenza jazz di “Perfetti sbagliati”. Quest’ultima non avrebbe stonato a Sanremo con la sua aria romantica e quei “muri infiniti” che ammiccano al “Cielo in una stanza” di Gino Paoli. L’unica cover è “Always something there to remind me” di Bacharach-David, che fu già di Sandie Shaw e Dionne Warwick: passa senza lasciare il segno. “Come ieri”, con due brevi inserti rap di Marracash, ha la fragranza di certe cose degli Style Council, il gruppo anni Ottanta di un altro esteta mod, Paul Weller. Il riferimento autobiografico sotteso al titolo “Old boy”, che sta a indicare – così ha spiegato Palma – la natura di ragazzaccio scapigliato nonostante i 48 anni d’età, non viene declinato nei testi, ma nella tensione al divertimento e al disimpegno. Una tensione che culmina in “Un gran finale” che chiude l’album con un’impennata di ritmo e con l’immagine degli angeli ubriachi che ballano nel temporale. Altrove purtroppo abbondano parole d’amore (i testi sono per lo più di Andrea Bonomo e Cristiano Sormani Valli) non esattamente originali o ardite: “Colpa dei tuoi occhi che tra milioni han visto me”, “Il cielo e noi, niente di più, restiamo insieme sotto questo blu”, “Senti che freddo che fa, ma la tua pelle lo sa, l’estate arriverà”. Da uno col pedigree di Palma credo sia lecito aspettarsi qualcosa di meglio, qualcosa di più.
“Old boy” suggerisce l’idea che un tempo le canzoni erano più melodiose, i cantanti più eleganti, i sentimenti più semplici, e che perciò tanto vale che la musica la si faccia come la si faceva allora. Il problema è la mancanza di slanci audaci. D’accordo, sono canzonette. È roba fatta per essere canticchiata, per far ballare, per intrattenere. E da questo punto di vista “Old boy” raggiunge lo scopo. Ma anche nel pop serve lo spunto spiazzante, il passaggio che non t’aspetti, l’effetto sorpresa. E qua dentro se ne sente la mancanza. Con le sue storie d’amore ordinario e i suoi impulsi nostalgici, “Old boy” rischia di sembrare un disco antistorico. O forse è perfettamente calato in questo strano tempo in cui si guarda indietro perché il futuro è svanito e il presente è indecifrabile.
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