«A LITTLE BIT OF MAMBO - Lou Bega» la recensione di Rockol

Lou Bega - A LITTLE BIT OF MAMBO - la recensione

Recensione del 18 ago 1999

La recensione

Non c’è che dire, i tedeschi ci sanno fare. Se gli inglesi vanno forte come quelli che sanno di essere al centro del mondo, si inventano le mode e lanciano i propri gruppi nei vari protettorati europei – e talvolta sconfinano pure negli States… - se gli scandinavi pur di sembrare inglesi hanno rinnegato da decenni la propria madrelingua, se i francesi giocano perennemente di rimessa, se italiani, spagnoli, greci, portoghesi, turchi, ecc. per il resto del mondo fanno solo musica etnica, i tedeschi sono una razza a parte. Se è vero che non c’è una musica tedesca per antonomasia – per un periodo si poteva parlare dei Kraftwerk come la migliore emanazione crucca sul mercato – è anche vero che lo Spirito della Nazione ha saputo colpire spesso e volentieri dalle parti della danzmusikke. E una parte di questo genio per il ‘freak’ che vende è presente nella componente sassone dei nordeuropei: per dirne una, quella degli Aqua è una ‘tedescata’ in piena regola. I tedeschi creano in laboratorio fenomeni di mercato, spesso con la complicità (inconsapevole) degli americani. La febbre del sabato sera? Certo i Bee Gees, John Travolta, ma per quanto riguarda l’Europa la discomusic è nata a Monaco con Giorgio Moroder e Donna Summer. Ricordate gli Snap? Robba coatta rappata in americano, ma sotto sotto tedesca fino al midollo. E i Milli Vanilli? Esatto, tedeschi, e in classifica. Gli Enigma? Finta ambient-trance milionaria fatta in Germania da Michael Cretu. E il fenomeno di qualche anno fa, Scatman John? Si prende un balbuziente ancora una volta americano, che non balbetta solo quando rappa, e il successo è fatto. Ora è la volta di Lou Bega, e vi diciamo subito che tutto quello che sentite sul suo disco è suonato da veri crucchi. Un disco di mambo più europeo di questo non si era mai sentito: comunque, tutto ciò è detto per chiarire le idee sul disco e non per fare campanilismo da “giochi senza frontiere”. L’idea è semplice e tedesca: cosa vuole la gente d’estate? Divertirsi e ballare. Cosa mancava nella lista delle riletture famose, in grado di affermarsi come ballo dell’estate dopo lambada, soca, macarena, meneito e chi più ne ha più ne metta? Il mambo di Perez Prado. Chi può interpretarlo meglio di un crooner latino vestito da gangster/gentiluomo assai goodlooking e macho quanto basta? Nessuno. Ecco Lou Bega in azione, con tanto di contorno di splendide ballerine e foto in stile “La Habana anni ‘50”. Il disco è esile quanto basta per far capire che di prodotto si tratta, ma nel suo piccolo è quasi irresistibile. Rap, citazioni di sicuro successo (come quella del Tico Tico), prese in giro (in)volontarie (come quella a Prince per “The most expensive girl in the world”?), uno stile vocale roco e sexy che non può non colpire il segno e una manciata di canzoni semplici e coinvolgenti, da ballare una dopo l’altra. Lou Bega è il Will Smith latinoamericano, sfoggia disimpegno, positività, tanta voglia di ballare e una voce ‘giusta’ che ricorda Louis Prima, il Migliore: non a caso “Beauty on the TV-screen” cita abbondantemente l’attacco di “Just a gigolò /Ain’t got nobody ” del maestro. Insomma, un compendio semplificato della musica latina, il tutto registrato in Germania e già in classifica ovunque. Ah, questi tedeschi…
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