«OFF STOCKTON - Kevin Seconds» la recensione di Rockol

Kevin Seconds - OFF STOCKTON - la recensione

Recensione del 27 feb 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

La metamorfosi di Kevin Seconds (vero cognome Marvelli, secondo l’anagrafe di Sacramento, California) da frontman di una fra le punk band made in USA più rappresentative in balladeer dalle radici folk, country e roots, è iniziata molti anni fa. Addirittura a fine anni Ottanta, quando il cantante dei Seven Seconds iniziò sporadicamente a esibirsi come solista – pare che il suo debutto sia stato come spalla a una leggenda minore del rock alternativo statunitense, i Dramarama. Da allora è passato un bel po’ di tempo e ora, con i 7 Seconds in parziale ibernazione (suonano solo live e sporadicamente), Kevin ha investito talento ed energie nella sua carriera solista, inanellando concerti a raffica e una mezza dozzina di album (questo “Off Stockton” è il sesto, per la precisione).

Per chi ha già familiarità con i suoi lavori precedenti, non ci sono rivolgimenti di fronte particolari, se non un lieve cambio di mood dovuto – principalmente – a un approccio molto più crudo e live al lavoro in studio.
Abbiamo, dunque, 11 brani di puro folk rock, con pennellate country e roots, ma senza pretese o manierismi, sostenuti principalmente da una voce e una chitarra. “Stripped down” dicono gli americani... ed è proprio così: composizioni agili, secche, dirette, specchio di un talento sanguigno e raffinato al contempo. Intrigante anche il piglio punk, che porta a livellare la durata dei singoli pezzi sotto i due minuti (solo un paio arrivano a superare la soglia dei 120 secondi): perché in fondo a tutto questo, nonostante l’assenza di distorsori e tempi tirati, c’è un’urgenza comunicativa/emotiva che proprio al punk e all’hardcore si può facilmente ricondurre.



Folk punk? Chiamiamolo così, per comodità... del resto è una definizione che, come tutte le definizioni, è utile fino a un certo punto: alla fine della fiera a parlare è la musica. E quella contenuta in “Off Stockton” parla una lingua schietta e semplice, comprensibile a tutti – dai vecchi punk che si massacravano pogando sulle note di “The crew” nel 1984, ai fan di un certo cantautorato moderno che meticcia, mescola, cita e rilegge ricette vintage alla luce di quanto accaduto nel rock negli ultimi 25-30 anni.

Peccato che, fin dal primo ascolto, saltino immediatamente all’occhio (o all’orecchio) due difetti che impediscono all’album di decollare del tutto.
In primis una certa monotonia: i riff, le soluzioni ritmiche e i cantati tendono a essere piuttosto omogenei... a salvare il tutto è la già citata concisione, visto che se i brani fossero più lunghi facilmente annoierebbero senza possibilità di appello.
In secondo luogo un eccesso di zelo nell’approccio lo-fi, per cui tutto sembra inciso in una take in presa diretta, nudo e crudo. Una scelta che indubbiamente rende vivo e pulsante il materiale, ma alla lunga ha un vago retrogusto di sciatteria. Niente di grave, ma un filo (proprio poco eh!) di cura in più avrebbe reso un miglior servizio ai pezzi.
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