«BENJI - Sun Kil Moon» la recensione di Rockol

Sun Kil Moon - BENJI - la recensione

Recensione del 10 feb 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

“Riuscirà Pitchfork nell'impresa di far diventare hip anche Mark Kozelek?”, scriveva qualche giorno fa un amico su Twitter. In effetti, Kozelek è un piccolo grande mistero. Per quello che può valere come campione (ovvero poco) - ho amici tra loro molto diversi che lo venerano come un semidio. E così capita in giro: trovi sempre qualcuno, tra gli appassionati di musica americana, che lo adora. A ragione, direi.
Solo qualcuno, però. Negli anni è rimasto quasi un mezzo segreto: la stampa "di settore" l'ha sempre seguito con affetto e rispetto, ma comunque un po' marginalmente - senza mai quegli strombazzi riservati ad artisti più "hip", appunto. Eppure Kozelek fa la stessa grande musica da oltre 20 anni, sempre ad altissimi livelli: non assomiglia (quasi) a nessuno e (quasi) nessuno gli assomiglia. Ha una sua poetica, per dirla con un parolone. Solo ora Pitchfork, dopo anni di voti medio-alti, ha dato un 9.2 a “Benji” - uno di quei voti riservati a dischi e artisti come "Reflektor" degli Arcade Fire (per dire).
Per certi versi, negli ultimi anni, Kozelek è pure è diventato il prototipo del musicista contemporaneo: si coltiva la sua base di fan ristretta ma fedelissima, pubblicando dischi a raffica, da solo (tramite la sua etichetta Caldo Verde). “My band had a lot of female fans, now I sign posters for guys in tennis shoes”, cantava nel disco precedente. Ma per quei “guys in tennis shoes” Kozelek ha pubblicato più di 10 album in 2 anni - molti live, ma anche materiale di studio, tra cui due album collaborativi (con Jimmy LaVale e con i Desertshore). Ha già un disco di Natale programmato per fine 2014.
Questo “Benji” è uno dei dischi più rilevanti in cotanta discografia - dato testimoniato anche dall'uso della sigla Sun Kil Moon, riservata alle uscite importanti. Ci sono gli stessi elementi di sempre: una voce unica e calda, qualche giro di chitarra semplice a far da base, storie minimali e toccanti, un feeling unico. Ma questa volta c’è qualcosa in più, che rende "Benji" uno dei dischi migliori della sua carriera.
Quel qualcosa in più che ha “Benji” non sono solo le storie - sì, la gente muore nelle canzoni di Kozelek, come sottolinea Pitchfork: cugini (“Clarissa”), zii (“Truck driver”), amici - pure i serial killer, ma di cause naturali (“Richard Ramirez died today of natural causes); Kozelek racconta tutto in maniera disarmante senza mai essere autoindulgente. E poi c'è quel capolavoro (parola non usata a sproposito) di "Ben's my friend", dove Kozelek si racconta usando come spunto Ben Gibbard - sì, quello dei Death Cab For Cutie e dei Postal Service -, spiegando di non avere voglia di andare a salutarlo ad un concerto, ora che suona per migliaia di persone - mentre 10 anni fa suonava su palchi minori di un festival...
Quel qualcosa in più di “Benji” è soprattutto la musica. Kozelek è passato dal’elettrica dilatata dei Red House Painters (la sua band storica) e dei primi dischi dei SKM all'uso della chitarra classica nei dischi successivi, talvolta così eccessivo da ammazzare le sue melodie. Qua finalmente trova un nuovo equilibrio, come nel rock acustico di “I love you dad” e di “Ben’s my friend” , a cui si aggiunge pure un sax. C'è il ritorno della chitarra acustica "pura" nei 10 minuti di “I watched the film the song remains the same” (parla proprio dei Led Zeppelin: Kozelek è fissato con il classic rock, tanto da avere inciso dischi di cover degli Ac/Dc e dei Kiss) alla tensione minimale di “Clarissa” e di “I can't live without my mother's love”, gioielli di cantautorato etereo, emozionante.




Non è mai troppo tardi per far parte della schiera dei “guys in tennis shoes” che amano questo cantante: “Benji” è il disco perfetto per entrare nel mondo di Kozelek. Se invece lo conoscete già, già state ascoltando questo disco, e già sapete quanto è bello.
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