«TALES FROM THE REALM OF THE QUEEN OF PENTACLES - Suzanne Vega» la recensione di Rockol

Suzanne Vega - TALES FROM THE REALM OF THE QUEEN OF PENTACLES - la recensione

Recensione del 05 feb 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Tra il 1987 e il 2007, tra il platino di "Solitude standing" (il disco di "Luka" e di "Tom's diner") e le centomila copie di "Beauty & crime", c'è di mezzo un'era geologica scandita da una crisi strutturale del mercato discografico, un cambiamento radicale dei gusti, un normale avvicendamento dei personaggi da copertina. Suzanne Vega , stella del folk revival e del Greenwich Village anni Ottanta esplosa nel bel mezzo del decennio degli yuppies, di Madonna, del synth pop e della musica da vedere di Mtv, ha reagito bene dopo un periodo di sbandamento e di scombussolamenti personali e professionali. Scaricata senza complimenti - e dopo un solo album - dalla Blue Note, come tanti s'è messa in proprio, ha inciso di nuovo il vecchio repertorio (un espediente per ricostruirsi un catalogo di proprietà) e ha aspettato sette lunghi anni per pubblicare un nuovo disco di inediti occupandosi nel frattempo anche di altre cose, compreso uno spettacolo teatral-musicale da lei scritto insieme a Duncan Shreik e ispirato allo scrittore Carson McCullers. Da artista indipendente e sganciata dal business qual è diventata se lo può permettere, e i risultati le danno ragione. Belle canzoni, ottimamente costruite e arrangiate con acume grazie al contributo fondamentale dell'irlandese Gerry Leonard, chitarrista dal tocco ispirato e e "pittore di suoni" già al fianco di David Bowie .

La loro alchimia è il piccolo segreto di "Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles", un disco che riflette con assorta levità su temi seri e le domande pressanti (l'aldilà e il mondo invisibile, la morte e il senso della vita) che bussano alla porta di una cinquantaquattrenne che vede scomparire gradualmente amici e familiari. Suzanne, qui, parla spesso di se stessa e delle sue relazioni, ma lo fa sovente in modo obliquo: ricorrendo a figure allegoriche, santi, angeli e poeti, e distribuendo sul tavolo le sue carte dei tarocchi, il matto, la regina di denari, il fante di bastoni. Dieci canzoni, nessun cedimento, con una ricca gamma di sfumature acustiche ed elettriche, colore, personalità, movimento e un nobile parterre di session men (Tony Levin e Larry Campbell, i "bowiani" Gail Ann Dorsey e Zachary Alford) a dispetto del budget limitato a disposizione.

Le melodie e i riff più accattivanti sono raggruppati nel tris iniziale, quasi a voler catturare subito l'attenzione: "Crack in time" introduce il tema dell'incursione in un'altra dimensione muovendosi con scioltezza in territori familiari ai fan della cantautrice newyorkese (di adozione), "Fool's complaint" è ritmata, estroversa e spumeggiante, "I never wear white" un ritrattino autobiografico che prende spunto dallo stile di abbigliamento di Suzanne per precisare la sua scelta di campo ("il nero è il colore dei segreti, dei fuorilegge e dei ballerini/del poeta dell'oscurità"), con un testo e un ruvido riff garage/rock and roll che, ispirato ai Rolling Stones, non può non evocare anche il vecchio e compianto amico Lou Reed .





Di lì in poi i temi musicali si fanno più profondi, elusivi, forse anche più intriganti. Da tempi insospettabili la Vega frequenta le contaminazioni tra acustica ed elettronica, che qui ripropone in "Portrait of the knight of wands" tra riflessivi arpeggi di chitarra acustica e gorgoglii di sintetizzatori fino al suggestivo crescendo finale ("La sua missione/la trasmissione della tecnologia", recita l'ambiguo testo: qualcuno ci ha letto un riferimento a Steve Jobs) e in "Don't uncork what you can't contain", svagata e divertente filastrocca esoterica che contiene un' "interpolazione" di "Candy shop" di 50 Cent e una giocosa citazione di "Thrift shop" di Macklemore & Ryan Lewis , uno degli hit del 2013: una strizzata d'occhio a quel mondo hip hop che a lei ha sempre guardato con interesse campionando a più non posso l' "a cappella" di "Tom's diner". Il banjo di Campbell - una novità assoluta nel corredo strumentale di Suzanne - aggiunge un rustico tocco di "Americana" a "Song of the stoic", la bella voce soul di Catherine Russell rinforza il dolce e roco sussurro di Suzanne e un'orchestra da Camera di Praga sottolinea brillantemente i passaggi più melodici e drammatici di "Jacob and the angel", scandita da un battimo di mani al ritmo di flamenco, e di "The laying on of hands", un altro pezzo ritmato, elettrico e chitarristico che porta il segno forte di Leonard.

La Vega più "classica", quella degli esordi, ritorna nella miniatura folk di "Silver bridge" un delicato commiato dalle persone dipartite, e soprattutto in "Horizon (There is a road)", solenne e cristallina ballata ispirata alla poesia e alla biografia dell'ex presidente ceco Vaclav Havel e punteggiata da un breve intermezzo di tromba militaresca. Sembra, per un attimo, di tornare in mezzo ai solchi di quel primo album datato 1985. E vien da pensare che forse è da quei lontani anni Ottanta che Suzanne Vega non faceva un disco così bello, convincente e di classe superiore.
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