Be Forest - EARTHBEAT - la recensione

Recensione del 05 feb 2014 a cura di Ercole Gentile

Voto 8/10
E' vero, noi italiani abbiamo sempre questa smania di esterofilia. Fuori ci sembra tutto più: onesto, bello, ordinato, figo, caldo, freddo, vivo, i treni arrivano in orario e così via. Che per carità poi tante volte è anche vero eh, però spesso noi lo enfatizziamo, gli diamo maggiore peso di quel che realmente ne ha. Quindi cosa succede se un gruppo italiano come i
Be Forest riesce a piazzare due singoli (“Colours” a dicembre e “Captured hearts” a gennaio) in anteprima su un sito americano prestigioso come Stereogum? Nell'ordine: 1. Ci sembrano subito più bravi 2. Siamo contenti che un altro gruppo italiano riesca a farsi notare all'estero 3. Centinaia di band compatriote saranno contente per loro 'però alla fine ci potevo andare pure io'.
Ecco, cercando di guardare la cosa con un occhio più lucido e rimanendo in parte validi i punti 1 e 2, dobbiamo capire se i ragazzi di Pesaro hanno fatto un lavoro in grado effettivamente di aprire loro le porte per uscire dai confini italiani perchè, e questo non è un vezzo o una mania, se fai un certo tipo di musica e canti in inglese, questo passo è necessario per sopravvivere, altrimenti o sparisci o ti metti a cantare in italiano (vedi i tanti esempi dagli Afterhours agli Zen Circus).
“Earthbeat”, secondo capitolo del gruppo di Costanza Delle Rose, Nicola Lampredi, Erica Terenzi e del neo-entrato ai synth Lorenzo Badioli, le carte in regola ce le ha. Perchè sono bravi, conditio sine qua non (sempre e comunque), e sono furbi. Hanno una bella immagine, curano i dettagli, ci sono due donne nel gruppo e sanno pescare bene dal passato, ma soprattutto dal presente. E quindi accanto alla new-wave di Cure e Jesus & Mary Chain (un tantino abusata sull'esordio del 2011 “Cold”), ci piazzano gli XX, i Daughter, i Local Natives e Is Tropical, per dire.




Il risultato è un disco compatto e di altissimo livello. Nove pezzi, di cui almeno cinque sopra la media non è poco: “Captured hearts”, “Lost boy”, “Ghost dance”, “Airwaves” e “Colours” mettono in evidenza la delicata voce di Costanza in un inglese senza sbavature, su un tappeto prezioso di chitarre scure e synth, giocando con disinvoltura tra atmosfere post-tropicali, percussioni tribali, garage made in UK. Roba buona per davvero. Come i due strumentali “Totem” e “Totem II” che richiamano la figura in copertina ed il titolo e rendono chiaro come i quattro marchigiani, crescendo, in quella Foresta ci abbiano trovato suoni nuovi e spiritualità. Insomma è un lavoro maturo il nuovo Be Forest e sicuramente mostra più personalità del pur discreto “Cold”. Anzi, è un gran disco, diciamolo chiaramente. E lo è che siano italiani o fossero stati di chissà quale altra nazione. Perchè in fondo quello che conta è come suoni e come ti proponi. In fondo, quello che conta è solo “Earthbeat”.

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