«IN THE SILENCE - Asgeir» la recensione di Rockol

Asgeir - IN THE SILENCE - la recensione

Recensione del 04 feb 2014 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Quando pochi mesi fa, durante l’intervista ho chiesto ad Ásgeir quale fosse la differenza tra “In the silence” e il suo fratello gemello di lingua islandese “Dýrð í dauðaþögn”, uscito nel 2012, lui mi ha guardato tranquillo e poi, semplicemente, ha risposto: “Nessuna. Cioè, questo è cantato in inglese”.

Ásgeir Trausti Einarsson nasce a Reykjavik il primo luglio del 1992. La sua è una famiglia di musicisti: la madre suona l’organo, il fratello ha una sua band; con il padre, invece, scriverà in pratica tutti i pezzi del disco d’esordio, il già citato “Dýrð í dauðaþögn”, non prima però di aver messo da parte una promettente carriera come lanciatore di giavellotto. Che può sembrare una nota di colore, ed effettivamente lo è, ma trovo si leghi particolarmente bene al breve incipit fatto qui sopra. Il perché è presto detto. Credo che spesso, nella musica così come in generale in tutta l’arte, si tenda a cercare significati anche dove a volte non ci sono. Ad Ásgeir, giavellottista islandese con una dichiarata ammirazione per il fratello maggiore, quando, dopo essermi sentito dare la risposta che conoscete, ho chiesto di andare oltre e definire la propria musica, senza giri di parole ha aggiunto: “Io faccio folk melodico, e quando suono mi piace trasmettere un senso di pace”. Fine. Nessuna tirata cervellotica sull’Islanda, che di sicuro in qualche maniera ha inciso sul mood e sul sound del disco (Reykjavik non è New York), nessun trattato di estetica sperimentale del suono. “Io faccio folk melodico, e quando suono mi piace trasmettere un senso di pace”. In quel momento, dopo questa risposta, ho conosciuto Ásgeir Trausti. Poi ho ascoltato “In the silence”, e ho capito perfettamente cosa intendeva.



“In the silence” conta dieci pezzi. E’ un disco di… folk melodico di ampio respiro, molto delicato, affascinante e arrangiato con gran classe. Il modo di cantare, l’interpretazione che Ásgeir da dei testi scritti dal padre (e adattati in questa versione niente meno che da John Grant), rimanda palesemente a quanto già ottimamente fatto in questi anni da Justin Vernon, probabilmente l’artista che più si avvicina al nostro talentino islandese. I due si somigliano molto, non c’è che dire; basta dare un ascolto, anche velocissimo, a pezzi come l’opening “Higher”, alla titletrack “In the silence”, davvero molto bella, oppure “Was there nothing”, quest’ultima davvero clamorosa, per rendersi conto di quanto Ásgeir debba in termini di songwriting nei confronti del genio del Wisconsin. Ma c’è di più. Perché Ásgeir è nato in Islanda, e se non lo dice lui lo diciamo noi: se cresci a fianco di gente come i Sigur Ros… eh… qualcosina, anche senza volerlo, la impari. Così come da John Grant, che non è propriamente islandese, ma che da qualche tempo vive proprio sull’isola. Ecco dunque che la prima impressione, l’imprinting boniveriano, lascia spazio ad una lettura più ampia del disco. Un disco appassionato, avvolgente, ispirato. I pezzi, come già detto, sono dieci (undici nella versione bonus) e viene voglia di ascoltarseli tutti in loop, perché le melodie sono quelle che ti rimangono in testa già al primo giro, perché la bellezza della semplicità ti lascia quasi sempre a corto di argomenti, ma in compenso ti regala momenti di pace come niente altro. Momenti come “Going home”, bella nella sua versione più sintetica, splendida in acustico (recuperabile in rete), o “Torrent” e “In Harmony”, due pezzi degni del miglior Jónsi.

Ásgeir Trausti è un bravissimo cantautore islandese classe 1992. Un talento cresciuto all’ombra di alcuni fuoriclasse a cui si è dichiaratamente ispirato, com’è giusto che sia, oggi pronto a prendersi il suo spazio. Ha inciso un bellissimo album intitolato “In the silence”, un disco folk imbottito di splendide melodie. E non c’è davvero molto altro da aggiungere.
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