«THE RIVER & THE THREAD - Rosanne Cash» la recensione di Rockol

Rosanne Cash - THE RIVER & THE THREAD - la recensione

Recensione del 10 gen 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Fotografata di spalle, una donna scruta l'orizzonte da un ponte eretto sul fiume Tallahatchie, Mississippi: proprio quello da cui si gettava il protagonista di "Ode to Billie Joe" di Bobbie Gentry, classico anni Sessanta della canzone americana intrigante, scuro e misterioso come un racconto Southern Gothic. E' un luogo cardine di quella "mappa dell'anima sudista" che Rosanne Cash , figlia primogenita del Man in Black Johnny Cash e della sua prima moglie Vivian Liberto, ha saputo disegnare in questo straordinario disco scritto e realizzato insieme al marito, produttore e raffinato chitarrista John Leventhal (uno che quando si tratta di manipolare con cura e competenza i materiali della roots music americana non vale meno di T-Bone Burnett) per sigillare una trilogia iniziata con "Black Cadillac" (2006) e proseguita con la raccolta di cover "The list" (2009).

Scrittrice di successo, stella del country con hits e una dozzina di album in curriculum, protagonista di una vita intensa e girovaga che periodicamente la riporta verso il Tennessee e la città natale di Memphis, là dove negli studi della Sun suo padre forgiò con Elvis, Carl Perkins e Jerry Lee il nascente rock and roll, in "The river & the thread" la Cash, 58 anni, ha cercato il filo narrativo della sua esistenza seguendo il corso del fiume, lungo un viaggio geografico e dellla memoria avvincente come un romanzo storico, commovente come una collezione di foto in bianco e nero pescate dall'album di famiglia (varrà la pena di procurarsi l'edizione deluxe, arricchita da un libro di 36 pagine; nel frattempo è bello e utile leggersi il bellissimo articolo che lei stessa ha scritto qualche tempo fa per la rivista Oxford American ). E', il suo, un racconto "on the road" introspettivo e panoramico, scandito da eventi personali e fatti di cronaca, evocazioni di figure storiche e familiari (che poi, nel suo caso, finiscono talvolta per coincidere): William Faulkner e Robert Johnson, il contrabbassista dei Tennessee Two, Marshall Grant, e sua moglie Etta, amica per la pelle di mamma Viv a cui Rosanne dedica una struggente nenia acustica da portico e sedia a dondolo, storia delicata e appassionata di 65 anni di vita in comune aperta ogni giorno dalla stessa frase ("che temperatura c'è oggi, cara?") e oggi colma di ricordi, rimpianti e souvenir. Piccoli quadretti intimi come questo, nell'album, si intrecciano ad affreschi storici, a drammi e tragedie collettive: la Dust Bowl Era e la grande depressione viste con gli occhi di sua nonna Carrie e dei contadini dell'Arkansas ("The sunken lands"), la Guerra di Secessione raccontata con lo stesso slancio epico della Band ("When the master calls the roll"), e un coro di voci divine (The Voice of God Choir: Kris Kristofferson , John Prine, Tony Joe White, l'ex marito Rodney Crowell).

Gospel, blues, country, folk, hillbilly. Per ogni tappa dell'itinerario Leventhal assembla un'impeccabile scenografia strumentale fatta di mandolini, violini, violoncelli, percussioni, organi e tante chitarre, elettriche e acustiche, mentre Rosanne cava sfumature timbriche, tonalità e corde interpretative ogni volta diverse: entrambi dimostrano un'ispirazione, una fiduciosa consapevolezza dei loro mezzi, un senso della misura, uno stile, una classe davvero fuori del comune. Ambientato a Florence, in Alabama, ispirato da una visita al Sacro Muro di Pietra venerato dai nativi americani e introdotto da una pigra chitarra slide, "A feather's not a bird" è uno swamp blues (i tipi dell'etichetta Light In The Attic lo chiamerebbero country funk) nello stile di John Fogerty e Tony Joe White, non fosse per gli archi e per il coro che gli conferiscono un senso quasi pittorico o cinematografico. Un'altra slide, quella inconfondibile e miagolante di Derek Trucks , sporca di acque fangose il folk spettrale e il ritmo boom chicka boom di "World of strange design", ma è solo il volto più scuro e rustico di una musica rifinita con certosina accuratezza che pure tiene accuratamente le distanze dal country rock più standardizzato e conservatore. "Modern blue" è rockeggiante e accattivante come un pezzo di Tom Petty o dei Traveling Wilburys, "Tell heaven" fragile e delicata come una vecchia filastrocca e la sezione d'archi di "Night school" elegante e nostalgica come la musica da salotto ottocentesca a cui fa esplicito richiamo, mentre in "50,000 watts" Rosanne e Cory Chisel dei Wandering Sons celebrano scanzonatamente la gloriosa stazione radio WDIA di Memphis, a cui Cash ed Elvis tenevano incollate le orecchie negli anni Cinquanta ascoltando le voci e i programmi di B.B King e Rufus Thomas .

"The long way home", il lungo cammino verso casa, è il perno centrale del disco e il suo motivo dominante, sublimato in una vibrante e tremolante ballata elettrica che sta a metà strada tra Lucinda Williams e Bonnie Raitt. Sugli stessi accenti di electric blues il viaggio volge al termine, incorniciato da un ficcante assolo di chitarra o forse di sitar elettrico: siamo arrivati a Money, Tennessee, comunità di cento anime adagiata sul fiume Tallahatchie dove tragedie fittizie (il suicidio di Billie Joe Mc Allister) e reali (l'omicidio nel 1955 del quattordicenne di colore Emmett Till, colpevole di un presunto flirt con una donna di pelle bianca) si confondono chiudendo il cerchio in un "vortice di musica e rivoluzione". C'è voluto tanto tempo, una volta che agli incanti dell'infanzia e dell'adolescenza si sono sostituiti l'irrequietezza, il disagio e le incomprensioni della giovinezza: ma oggi quel Sud pieno di dolore, di buie autostrade, di piogge battenti e di alberi spettrali, per la Cash, si è trasformato in un luogo di riconciliazione, di rivisitazione degli affetti, di riapproprazione di una forte identità storica, geografica e familiare. Con la consapevolezza che se anche dovesse essere il suo ultimo disco non importa: qui dentro Rosanne ci ha messo le sue origini, i suoi affetti e la sua vita.
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