Los Lobos - THIS TIME - la recensione
Recensione del 16 ago 1999
Una band come i Los Lobos che è passata dalle canzoni tradizionali messicane al puro e semplice rock'n'roll di “By the light of the moon” fino al melting pot riuscito di “Kiko” e ai rumorismi dei Latin Playboys e degli Houndog dove, prima o poi, provare a concentrare tutte queste esperienze in un solo album, come se fosse un'antologia della loro musica. “This time” è proprio questo: una sorta di spettro in rilievo sulla musica dei Los Lobos, una delle più importanti rock'n'roll band americane degli ultimi anni. Lo dice anche Jim Cullen nel suo “The art of democracy” (inedito in Italia), apprezzando lo stile interculturale dei Los Lobos, lo stesso che viene espresso con estrema efficacia in “This time”. In un certo senso è come se tutti i differenti rivoli sonori visti negli ultimi mesi nelle esperienze soliste di Cesar Rosas (il semplice e diretto “Soul's disguise”), dei Latin Playboys di “Dose” e del low-fi blues degli Houndog fossero confluite in un solo disco che ha il pregio di essere breve e completo. Un lavoro di sintesi che ha in David Hidalgo uno dei protagonisti principali e che ha trovato nei produttori Mitchell Froom e Tchad Blake (un bel cinquanta per cento dei Latin Playboys) i migliori referenti possibili. Qualche esempio: “Cumbia raza” è una canzone che sprofonda oltre il confine con il Messico, verso il Venezuela e il Sudamerica tutto, un orizzonte diventato oggi di moda ma che i Los Lobos esplorano da anni e anni; “High places” è un torbido e caotico rock'n'roll che poteva stare bene anche su “Colossal head”; “La playa” ha armonie complesse e un intreccio vocale che sottolinea altre possibilità nel futuro dei Los Lobos. Nel complesso un ottimo album dei Los Lobos che, a distanza di oltre quindici anni dal loro esordio, non si accontentano delle posizioni (notevoli) raggiunte e continuano a sperimentare tutte le strade possibili. Un bell'esempio di vitalità.