L'album (pardon, visual album , perché contiene anche 17 video) è meno imprevedibile dal punto vista musicale e la ragione va cercata nei credits : un testo di Sia e uno di Ryan Tedder; duetti con Drake, Frank Ocean e il marito; qualche trovata retrò di Pharrell e qualche beat di Timbaland e Timberlake. Escludendo due firme inattese (Caroline Polacheck dei Chairlift e il misterioso produttore Boots), c'è tutto lo zeitgeist del pop/r&b degli ultimi anni. Non è affatto un male, perché ognuno sembra avere apportato il migliore contributo possibile. Beyoncé non accetta più demo riciclate come altre popstar, quindi la quantità di filler è mantenuta al minimo e la qualità media è altissima.
Ma in tutta questa costosissima perfezione, si fa fatica a trovare un nuovo classico. Le migliori candidate potrebbero essere "Heaven", lacerante ballata dedicata a una persona scomparsa (o forse al primo bambino che Beyoncé non è riuscita ad avere), e "Pretty hurts", critica un po' scontata alla chirurgia estetica, accompagnata peraltro da un video che documenta gli amari retroscena di un concorso di bellezza. Le riflessioni sull'immagine della donna e il suo ruolo nella società continuano nel trap abrasivo di "***Flawless", brillante rivisitazione della già sentita "Bow down" e contenente il campionamento di un discors TED sul femminismo della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. È un'idea lodevole che poche altre cantanti potrebbero permettersi, ma evidenzia l'irritante cerchiobottismo di Beyoncé: da un lato, inni seriosissimi sull'emancipazione, e dall'altro, canzoni e video in cui si mette a totale disposizione dell'uomo che guarda attingendo da un immaginario sessuale tutt'altro che progressista. Gran parte dell'album segue quest'ultimo filone tematico con idee musicali altrettanto datate ma assai efficaci: il funk di "Blow" (il titolo dice già tutto) è il punto di incontro perfetto tra Pharrell e Timbaland; la lasciva "Rocket" sembra la risposta femminile a "Untitled" di D'Angelo (ed è scritta dal migliore erede di D'Angelo:
Si trova finalmente un po' di leggerezza pura nel Motown sognante di Frank Ocean in "Superpower" (che potrebbe essere uno dei brani migliori di "channel ORANGE") e la liberatoria "XO" che, abbinata a un video altrettanto festoso, sarebbe (e, si dice, sarà) un buon singolo. Sono le uniche due concessioni di un album molto cupo, personale e per nulla commerciale, in cui una delle voci migliori del mondo dimostra di avere i mezzi e l'intuito per fare di testa sua. È privo di riempitivi o difetti evidenti ma anche di picchi potenzialmente memorabili, ed è forse proprio questa mancanza di occhiolini alle radio o alle classifiche il tratto più distintivo di "Beyoncé" – nonché la rivoluzione più significativa di un album uscito un venerdì di dicembre senza annunci ufficiali.