«FOREVERLY - Billie Joe e Norah Jones» la recensione di Rockol

Billie Joe e Norah Jones - FOREVERLY - la recensione

Recensione del 27 nov 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

Non sempre la vendita rappresenta il fine ultimo di un disco. Talvolta il prodotto discografico realizzato da un artista o da una band è semplicemente un mezzo che ha l'obiettivo di comunicare all'opinione pubblica un particolare messaggio, magari legato a un cambiamento dello stile di vita o a una ripulita d'immagine. Adesso poi che di dischi se ne vendono sempre meno, operazioni del genere sono decisamente più frequenti.
Questo “Foreverly” sembra proprio una candida operazione di image cleaning per Billy Joe Armstrong, cantante dei Green Day, che quest'anno ha visto il proprio nome più volta citate nelle cronache per escandescenze sul palco, tour sospesi e ricoveri in cliniche detox.
“Foreverly” è una raccolta di dodici brani ispirati a “Songs our daddy taught us”, un album di canzoni tradizionali americane che nel 1958 furono reinterpretate dagli Everly Brothers, il duo formato da Don e Phil Everly che influenzò profondamente il country, ma anche il pop rock americano degli anni a venire.
La musica country, con i suoi valori conservatori fatti di rispetto per le tradizioni della comunità, accettazione delle difficoltà della vita e sentimenti di orgoglio personale, si presta perfettamente ad operazioni del genere. Basta anche dare un'occhiata alla serie tv Nashville (in onda in queste settimane anche in Italia su Fox Life) per capire meglio cosa rappresenta ancora oggi il country, in tutti i sottogeneri di cui è composto, dal roots all'ultra-pop, nel music biz USA.
Per questa operazione il buon Bily Joe (o chi per lui) ha scelto una compagna perfetta, quella Norah Jones dall'immagine pulita e ammodo, partita dallo smooth pop targato Blue Note e che negli anni si è spostata più sul rock indipendente e anche verso il country con il suo side project The Little Willies. Inoltre la Jones è figura esperta e credibile nei progetti di collaborazione: ne ha collezionate così tante (dai Foo Fighters agli Outkast passando per Ray Charles e Ryan Adams) al punto che nel 2010 le ha raccolte tutte e pubblicate sul disco “...Featuring”.
Quindi, riepilogando, si tratta di un disco di cover di canzoni tradizionali americane già eseguite a fine anni '50 da un duo molto popolare, qui cantate da un improbabile coppia formata dal leader di una band di successo, ex-tossico in cerca di riabilitazione, e una brava mestierante del pop da classifica. Insomma, per fare il solito giochino e trasferendo il tutto entro i nostri confini, è un po' (grosso modo e con le dovute differenze) come se Morgan facesse un disco con Giorgia (o Elisa) di cover dei pezzi dei Vianella o del Quartetto Cetra.
Ok, ma il disco com'è?
Mah, è un roba di genere che non sposta niente. Agli amanti del country più pop piacerà riascoltare pezzi tradizionali come “Barbara Allen”, “Long time gone” o la toccante “I'm here to get out my baby out of jail” qui eseguiti diligentemente da bravi musicisti, dalla bella voce della Jones e quella più monotonale di Armstrong. Chi invece non ha mai apprezzato le origini di quel genere che oggi viene chiamata Americana non cambierà di certo opinione dopo aver ascoltato questo disco.





L'unica cosa che si può davvero dire è che la produzione troppo laccata e cristallina fa perdere gran parte del fascino di queste canzoni nate originriamente nella povertà e nel degrado. E poi, per dirla tutta, fa abbastanza sorridere ascoltare un viziatello cantante californiano pop-punk che intona strofe tipo “Kentucky, I miss your laurels and your red bud trees” armonizzando la propria voce con la figlia di Ravi Shankar.
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