«INSIDE LLEWYN DAVIS - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - INSIDE LLEWYN DAVIS - la recensione

Recensione del 25 nov 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Mancano ancora tre mesi all'uscita nelle sale italiane di "Inside Llewyn Davis", il film di Joel ed Ethan Cohen che ripercorre l'epopea bohémien del Greenwich Village dei primi anni Sessanta ispirandosi in parte all'autobiografia postuma del "sindaco di MacDougal Street", Dave Van Ronk . E l'ascolto di questa colonna sonora fa crescere l'acquolina in bocca, perché anche stavolta T Bone Burnett , braccio destro musicale dei fratelli ebrei del Minnesota, ha fatto centro e indovinato il cast. L'allampanato T Bone, che a metà anni '70 suonava nella dylaniana Rolling Thunder Revue, sembrava destinato a un dignitoso ruolo di artista di culto fin quando proprio a Hollywood e a fianco dei Coen ha trovato il suo Santo Graal, guadagnandosi con la colonna sonora rétro di "Oh brother, where art thou?" (8 milioni di copie vendute, il primo grande varco nel mainstream per il genere "Americana"), una reputazione tuttora intatta di uomo della provvidenza quando di mezzo ci sono le musiche delle "radici" e la valorizzazione del patrimonio musicale degli Stati Uniti.

Il lavoro, stavolta, gli è stato facilitato da una storia che conosce a menadito e da un attore/cantante, l'Oscar Isaac che impersona Llewyn Davis, di ottime dote vocali, romantico, malinconico e stropicciato come il ruolo di folk singer squattrinato e vagabondo richiedeva. Già, perché T Bone ha scelto la strada meno facile: anche se nel disco cantano giovani divi come Marcus Mumford (orfano dei suoi Sons e co-produttore esecutivo) e un soprendente Justin Timberlake (anche lui attore nel film), e se nel concerto organizzato a fine settembre alla Town Hall di New York sono saliti sul palco pesi massimi come Joan Baez e Patti Smith, Elvis Costello e Jack White, qui le star sono le canzoni e, come scrive Barney Hoskyns su Mojo, il tutto prende la forma di una "Greenwich Village Preservation Society". Cioè di una glorificazione di un repertorio storico e glorioso che paradossalmente "arriva da ovunque meno che da New York", gettando un ponte transatlantico tra l'Irlanda e il Nuovo Mondo, tra la Scozia e i club che sorgevano a Manhattan intorno all'incrocio tra Bleecker e MacDougal, tra lo Ewan MacColl di "The shoals of Herring" e il Tom Paxton di "The last thing on my mind". Burnett ha selezionato vecchi cavalli di battaglia di Van Ronk ("Hang me, oh hang me", "Fare thee well"), il bluegrass degli Stanley Brothers ("The roving gambler"), una ballata marinara della Carter Family ("The storms are on the ocean" cantata da Nancy Black), tradizionali inglesi come "The death of Queen Jane" (raccolta sul campo dall'etnomusicologo Francis James Child e musicata da un cantante e chitarrista irlandese). E celeberrimi standard come "Green, green rocky road" (anche nella vecchia versione di Van Ronk, con la sua voce vissuta e ghiaiosa), quella "The auld triangle" che in Irlanda, dai Clancy Brothers a Glen Hansard , hanno cantato tutti, e la deliziosa "Five hundred miles" famosa anche in Italia per la versione che ne fece nel '63 Richard Anthony ("E il treno va"), poi ripresa da Franco Battiato , ma in francese ("J'entends siffler le train") per i suoi "Fleurs".





Con la parziale eccezione del movimentato e scanzonato folk rock polifonico di "Please mr. Kennedy", ironica supplica di un astronauta che non vuole fare una brutta fine nello spazio, è tutto materiale rigorosamente acustico, chitarre pizzicate e fingerpicking, belle voci - quella di Stark Sands è forse troppo moderna ed educata per impersonare un beatnik scapestrato - , violini appalachiani, banjo e mandolini. Musica d'altri tempi che sa di fumo, legno e gelidi inverni newyorkesi in bianco e nero, oggi tornata cool e d'attualità per uno di quei misteriosi cicli storici di cui la storia della musica è piena. E che racconta gli attimi prima del terremoto e dell'avvento di Bob Dylan , la cui giovane e gracchiante voce sbalza dal vecchio nastro di "Farewell", una outtake da "The times they are a-changin' " spesso "bootlegata" e che tre anni fa, in questa versione registrata nel marzo del 1963, aveva trovato posto nei "Witmark demos 1962-1964", nono volume delle sue "Bootleg series". L'alba di un nuovo giorno, per il Village e per il mondo intero: ma quella è un'altra storia.
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