«SWINGS BOTH WAYS - Robbie Williams» la recensione di Rockol

Robbie Williams - SWINGS BOTH WAYS - la recensione

Recensione del 14 nov 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Questo, nonostante il titolo, non è il nuovo album swing di Robbie Williams”. O almeno non lo è come lo era “Swing when you’re winning”. Dodici anni fa quell’album ci convinse che Robbie non era solo l’ex-Take That (non lo era già da tempo), non era solo un’altra pop star brava a incidere singoloni e far mega-concerti/spettacoli. Quel disco fu un salto in alto, piazzando l’asticella al livello dei classici per dimostrare che si poteva arrivare fin lì con la giusta rincorsa, e che la si poteva superare con classe, con la dovuta riverenza e autoironia.
Oggi la situazione è diversa. Robbie è una star affermata, almeno in Europa; ha vissuto un periodo difficile, da cui è uscito l’anno scorso con “Take the crown” e con il tour successivo. “Non si può fare un disco pop all’anno”, dice. E così, 12 anni dopo, “Swing both ways” cerca di consolidare il presente partendo dal passato, là dove il discorso si era interrotto: “Swing when your winning” si chiudeva con l’unico inedito tra i classici, “I will talk and Hollywood will listen” una canzone scritta con il collaboratore storico Guy Chambers, che oggi è tornato in squadra.
In questo album gli inediti/originali prevalgono, non tanto in termini numerici (7 contro 6 riletture - nella deluxe il conto è 9 a 7, con un brano co-firmato con Gary Barlow), quanto in termini di peso specifico. Le prime due canzoni (“Shine my shoes” e il singolo “Go gentle”) chiariscono il concetto, due brani pop ma di un pop classico, fatto di strumenti “vecchio stile”, soprattutto fiati ed archi.



Dopo un po’ arriva “Swing supreme”, riscrittura con nuovi/vecchi suoni della storica “Supreme” e qua un po’ di swing arriva sul serio, per proseguire in “Swing both ways”, duetto con Rufus Wainwright che sembra una canzone di quest’ultimo, che nella tradizione ha sempre pescato. Bello anche il duetto con Michael Bublé su “Soda pop”, che, assieme a Rufus, è il vero modello di quest’album. Il cantante canadese ha un "pattern" di contaminazione ormai sperimentato tra pop moderno e recuperi del passato, e di fatto la stessa formula viene adottata qua.
“Swing both ways”, alla fine, è un album poco ortodosso, molto meno del suo predecessore. Il suo pregio ed il suo limite è proprio la prevalenza degli inediti. Gli standard sono pescati poco dall’ “American songbook” e presi qua è la dalla storia della canzone, dai film Disney (“I wan’na be like you” con Olly Murs - ovvero la canzone da “Il libro della giungla, originariamente cantata da Louis Prima) a "Dream a little dream" (con Lily Allen), da "Little green apples" (con Kelly Clarkson) a “Minnie the moocher” di Cab Calloway, dal Mago di Oz a “Puttin on the Ritz” di Irving Berlin - che è forse l’unico standard nel senso proprio del termine presente nel disco.
Funziona? Decisamente. Funziona anche meglio di “Take the crown”, che alla fine ha lasciato poca traccia, musicalmente parlando. Funziona perché Robbie sa cantare bene questo genere, perché il redivivo Guy Chambers dà una bella mano nella scrittura e negli arrangiamenti. Funziona perché i duetti sono scelti bene e con belle voci. Funziona un po’ meno bene di “Swing when you’re winning”, perché non c’è l’effetto sorpresa, e soprattutto perché il repertorio è comunque più debole e più frammentato. Meno swing, appunto, e va bene così. Sia quel che sia, questo è un lato di Robbie che vorremmo vedere più spesso, e che ci piacerebbe vedere anche dal vivo.
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