«ACROSS THE RIVER - Carolyne Mas» la recensione di Rockol

Carolyne Mas - ACROSS THE RIVER - la recensione

Recensione del 23 ott 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Grazie a etichette come la rinata Appaloosa e la Route 61 (un nome, un programma) di Ermanno Labianca, anche l'Italia - dopo la Francia e la Germania - sta diventando una seconda casa per una schiera di musicisti americani decisamente più apprezzati, oggi, in Europa che in patria. E proprio a Labianca, cultore di Bruce Springsteen e della scena che a fine anni Settanta germogliava tra il Jersey Shore e i locali del Greenwich Village newyorkese, si deve questo ritorno dopo sette anni di silenzio di Carolyne Mas , voce femminile (in forma smagliante) di quell'universo romantico, bohémien e metropolitano coltivato per anni negli spazi angusti del Bottom Line, del Kenny's Castaways e del Cornelia Street Cafè, ai tempi in cui - parole sue - Carolyne era "una Laura Nyro più ruvida, una Carole King con la Telecaster", e oggi rimasto nel cuore di pochi (forse) ma irriducibili appassionati.

E' il mondo del primo Springsteen, appunto (qui omaggiato con una intensa versione voce e piano di "New York City serenade"), ma anche di Willie Nile (la title track "Across the river") e di Steve Forbert ("Witch blues"), che guarda anche più indietro, agli anni '60 di Phil Spector, del Brill Building e del colorato e latineggiante soul orchestrale dei Drifters (lo standard "Under the boardwalk", che la Mas riprende qui con un arrangiamento acustico guidato da una fisarmonica). Nelle ricche note contenute nel libretto la cantautrice, 58 anni appena compiuti e un effimero successo alle spalle (il live del 1981 , "Mas hysteria", vendette all'epoca più di 250.000 copie), racconta con dovizia di particolari i suoi incontri e innamoramenti con quelle canzoni, parte integrante di un "viaggio nel tempo" che include anche numerosi brani autografi, conosciuti ("Sittin' in the dark", un vecchio cavallo di battaglia) o mai pubblicati prima d'ora ("In a box", "Mexican love song"), e qui riproposti con grinta, classe e sensualità sinuosa tra swing, scat, blues, aromi latini e toccanti ballate autoconfessionali in cui ad accompagnare la cantautrice è un gruppo ben accordato di musicisti italiani (tra cui Daniele Tenca e la Working Class Band in "So hard to be true").
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