«ONE BREATH - Anna Calvi» la recensione di Rockol

Anna Calvi - ONE BREATH - la recensione

Recensione del 17 ott 2013 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

E' il caso che, raggiunti i 33 anni di età, Anna Calvi possa essere definita per quello che è. Per quello che è capace di fare, non per quello che (o chi) ricorda; per le sue peculiarità, piuttosto che per le "specularità". Quei pilastri sacri su cui ci si fa perno per emergere dalla massa, possono a lungo andare tarpare le ali di un'artista per logiche questioni di personalità, aspettative e una conseguente e corposa dose di responsabilità.
Nonostante il secondo album della cantante londinese, pupilla di Brian Eno e del New Musical Express su tutti, tenda la mano a innumerevoli paragoni è anche una bella prova di maturità per l'autrice che con "One breath" ha scavato in profondità, ha esplorato i lati più oscuri, estremi e profondi di ciò che aveva dimostrato di saper fare al debutto. Con risultati più o meno brillanti.

"One breath" si apre con "Suddenly", di certo da archiviare tra i risultati "brillanti", come si diceva. La voce di Anna si piega e dispiega attenta senza affettazione con un risultato asciutto ma incisivo; potente e malinconico come il suono delle campane la domenica pomeriggio. "Eliza" sembra rappresentarne una versione evoluta, con un ritmo più "pestato", chitarre libere di pitturare lo spartito e picchi vocali più forti e taglienti. Il mid tempo elettronico e distorto di "Piece by piece" porta un tono di dolcezza alla tracklist: sussurrata (quasi sospirata), attraversata da lievi archi che si trasformano in pesanti chitarre distorte, la canzone si aggiudica il posto della ciliegina sulla torta. Decisamente meno incisive "Cry" e "Sing to me" che non sembrano intendere la propria natura e non riescono a brillare di luce propria.
Con un urlo profondo e ben modulato, Anna richiama l'attenzione e rompe il generale assopimento creatosi, grazie a "Tristan" e lascia a "One breath" il compito di scollinare verso l'ultima parte del disco. La title track è un battito cardiaco che palpita in un crescendo che culmina…in una love story. Sentire per credere. E per farsi sorprendere.



Si torna con prepotenza nel rock più duro con "Love of my life" che, con un gran salto negli anni '90 con tanto di "effetto megafono" - ci si conceda l'unico paragone - ricorda tanto la piccola (solo per statura) ma potentissima Sandra Nasic dei Guano Apes.
"One breath" si chiude con "Bleed into me" e "The bridge", due canzoni che son due preghiere; la prima prepara lo spirito e la seconda lo innalza verso un bagliore celestiale.

Nonostante l'autoelevazione finale dell'artista - forse eccessiva, ma non spetta certo a noi giudicare - "One breath" è un disco decisamente pretenzioso, a conti fatti. Ma il bello è che ce ne si rende conto solo una volta terminato perché Anna Calvi è in grado di guidare l'ascoltatore da una traccia all'altra senza (quasi) mai far pesare sulle nostre orecchie lo spessore e la densità del suo lavoro. Come quando si esce dal cinema divertiti, ma arricchiti di una buona lezione di vita.
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