«MAN AND MYTH - Roy Harper» la recensione di Rockol

Roy Harper - MAN AND MYTH - la recensione

Recensione del 07 ott 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Come nella sua canzone forse più celebrata (che il leggendario John Peel volle come colonna sonora del suo funerale), anche stavolta c'è di mezzo il cricket, il più British degli sport nato nel Regno Unito ai tempi dei Tudor. Giusto e sacrosanto, per un campione dell' "inglesità" come Roy Harper , artista di culto e illustre esiliato dal music business che qualcuno ricorderà soprattutto per l'omaggio dei Led Zeppelin sul terzo album, il cameo in "Wish you were here" dei Pink Floyd , le collaborazioni con Paul McCartney e Kate Bush (quel che si dice il prototipo del "musician's musician"). Ma il cantautore di Rusholme, dintorni di Manchester, non è tipo da liquidare con così poco a dispetto di chi l'ha dimenticato in fretta. E' un guerriero, un reduce, un gigante della stessa pasta di un John Martyn o di un Bert Jansch , colossi di una stirpe in via di estinzione. Uno spirito indomito, un originale, un beatnik anticonformista che tra il 1969 di "Folkjokeopus" e il 1977 di "Bullinamingvase" - i giochi di parole e le acrobazie vocali sono una sua specialità - ha sfornato una serie di album folli e stupendi, e con "When an old cricketer leaves the crease" una delle più toccanti canzoni di sempre sull'essere inglesi e l'abbandonare - anche metaforicamente - il campo di gioco.

La passione per il cricket è stata, indirettamente, anche la causa di un suo incontro fortuito a Londra con Simon Raymonde, il Cocteau Twins che oggi dirige l'etichetta Bella Union, e con Jonathan Wilson : il neo hippie americano che nel suo laboratorio nascosto nel Laurel Canyon si è specializzato nel restauro di preziose sonorità anni '60 e '70 e che con colleghi come Joanna Newsom, Will Oldham e Robin Pecknold dei Fleet Foxes condivide una venerazione per il maestro inglese, convinto da tanta entusiastica adulazione a interrompere un silenzio discografico che durava da tredici anni. Producendo più della metà del nuovo album e forse soggiogato dalla statuaria personalità di Harper, Wilson non ha lasciato impronte indelebili sulle matrici, anche se le tonalità acide e psichedeliche della sua chitarra si distinguono con chiarezza in un paio di episodi. Non c'è stacco, insomma, tra i pezzi registrati nel suo home studio di Echo Park e quelli incisi da Harper con amici fidati in Irlanda, dove il cantautore risiede ormai da una ventina d'anni: acustico ed elettrico, rock spigolosi e ballate sognanti si succedono senza soluzione di continuità in un impetuoso flusso di coscienza in cui al florido fingerpicking del protagonista, diplomato alla scuola del Les Cousins e degli altri folk club londinesi degli anni Sessanta, si aggiungono di volta in volta dinamiche sezioni ritmiche, fraseggi di banjo e mandolino ("The stranger" suona a tratti come gli Zeppelin senza spina), un sax soprano da prog rock anni '70 e la sferzante chitarra di Pete Townshend (entrambi in "Cloud cuckooland", un rabbioso pamphlet politico che spara a zero sull'avidità dei banchieri e sul vacuo culto televisivo della celebrità), mentre certi delicati e volatili arrangiamenti d'archi ricordano quelli orchestrati da David Bedford ai tempi di "Stormock", il classico dei classici datato 1971.

E' l'Harper dei tempi migliori, anarcoide, polemista, sognatore, pagano, mistico, passionale, pienamente riconoscibile nella voce ancora abbastanza energica per scalare le ottave e nei sentimenti che da sempre accendono il suo sacro fuoco: il disprezzo profondo per l'autoritarismo, le manipolazioni mediatiche e le religioni organizzate, l'amore per la poetica romantica e visionaria di Keats e di William Blake; mentre alla veneranda età di 72 anni e dopo tanta acqua sotto i ponti il songwriting si arricchisce di struggenti meditazioni sulla casuale fugacità degli eventi ("Time is temporary"), di confessioni su cocenti delusioni amorose e problematiche crisi di identità ("The stranger"), di riflessioni sull'alienazione e la latente violenza metropolitana ("The enemy"), di considerazioni autobiografiche sulla condizione di chi vive lontano da casa ("The exile"). Harper, l'uomo, si mette allo specchio e si autoanalizza in profondità prima di indagare il senso del mito: protagonista, quest'ultimo, della mini suite conclusiva di 22 minuti, il centro di gravità del disco che resuscita e aggiorna l'epico prog folk di "Stormcock", "Lifemask" e dintorni. Senza autoindulgenza, pleonastici esercizi di stile o repliche stantie di quel che è stato. Harper è perfettamente credibile anche quando canta di Giasone e Argonauti, di Orfeo e Euridice ("Heaven is here" è un fantastico sogno a occhi aperti che infrange le regole della forma canzone: non sentirete nient'altro del genere, in giro, quest'anno), commovente nella sua vulnerabilità quando pizzica le sue corde più intime ("ho perso il controllo delle mie emozioni nell'oceano dei tuoi occhi", intona con voce scossa in "January man"). "Amo queste canzoni, lì dentro ci sono io", ha spiegato con lineare semplicità sottintendendo un vissuto e una individualità artistica davvero fuori dal comune. E forse è tutto lì segreto di un album straordinario anche nel senso letterale del termine.
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