Il singolo "Wake me up" è uno dei brani più venduti dell'anno grazie a una formula insolita e, bisogna ammetterlo, geniale: un banjo folk à la Mumford & Sons e una voce soul nera alternati a colossali breakdown EDM per far saltare il pubblico. Il trucco funziona alla grande, e viene ripetuto in successione in "Hey brother" con la voce bluegrass di Dan Tyminski, in "Addicted to you" con la cantautrice folk Audra Mae, e in "Dear boy" con l'aiuto della promettente danese MØ (il cui stile ricorda molto quello di Lana Del Rey).
Nella seconda metà dell'album, i banjo spariscono, ma lasciano spazio ad altre sorprese. Nile Rodgers si presta a due brani, percorrendo un sentiero iniziato negli anni '70 e ripreso quest'anno coi Daft Punk: "Shame on me" e soprattutto "Lay me down" (cantata dall'American idol Adam Lambert) tracciano un legame con "Random access memories" imitandone, più che i suoni, le intenzioni. Curiosamente, la traccia house più classica della collezione è una cover di "Hope there's someone" di Antony. Ed essendo una delle canzoni più belle di quest'epoca, funziona anche nell'ardito esperimento di farla cantare a un'esile voce scandinava attorniata da sintetizzatori e laser.
Quando Avicii a marzo presentò in anteprima l'album all'Ultra Music Festival di Miami, le reazioni si divisero tra il "non capisco" e il "devi morire" . Subito dopo, il DJ fu costretto a spiegare, nero su bianco , perché avesse portato il country al festival EDM per eccellenza. Un altro artista si sarebbe spaventato, avrebbe buttato via i master e ricominciato a lavorare da zero su un album che, stando a un pubblico di decine di migliaia di persone, non aveva speranze. Sei mesi dopo, "True" è ancora la compilation schizofrenica che doveva essere, è il lavoro imperfetto ma efficace di chi vuole annientare le divisioni tra i generi, è l'album mainstream più ambizioso dell'anno ed è, soprattutto, un bestseller internazionale.