«6 FEET BENEATH THE MOON - King Krule» la recensione di Rockol

King Krule - 6 FEET BENEATH THE MOON - la recensione

Recensione del 02 set 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Due pennate di chitarra elettrica, una plumbea atmosfera British, un fortissimo accento proletario che "fa sembrare la pronuncia di Billy Bragg quella della Principessa Margaret" (copyright della testata free press Metro). E capisci subito che King Krule , neo star già osannatissima da tutta la stampa del suo Paese (dal Guardian a Mojo, da Q a Uncut), è uno che corre staccato dal branco: prodotto dell'inesauribile vivaio britannico, il londinese Archy Marshall, 19 anni appena compiuti e tanti pseudonimi artistici per sfogare la sua esuberante e poliedrica creatività (Zoo Kid, DJ JD Sports, Edgar The Beatmaker) è - come Jake Bugg , come Tom Odell - un teenager maturato in gran fretta, un moderno "passatista" dai gusti insospettabili ed eterogenei (da Eddie Cochran a Ian Dury, passando per i Ruts di Malcolm Owen, la No Wave newyorkese di fine anni Settanta e Fela Kuti). Ma con un'adolescenza difficile e turbolenta alle spalle tra scuole abbandonate, problemi psicologici e servizi sociali, un'inclinazione decisamente meno mainstream dei suoi giovani colleghi emergenti, una faccia da moccioso e una voce baritonale e maleducata che subito ti lascia di stucco, un po' Bragg, un po' Joe Strummer e un po' Terry Hall degli Specials , protagonista inconfondibile di tutto il disco accanto a una Fender dall'imprevedibile tocco jazzato e ai beats ereditati dalle esperienze di dj-ing nei club britannici.




Quella voce sgraziata e cavernosa da crooner rauco e un po' stonato, che ogni tanto si raggruma in un grugnito rabbioso e quasi waitsiano ("Has this hit?", introdotta da fragorosi piatti di batteria), segue spesso un suo binario, parallelo, asincrono e dissonante rispetto alla traccia musicale, avventurandosi in percorsi tutt'altro che prevedibili. E se l'iniziale "Easy easy" e "Ocean bed" farebbero pensare a una "one man rock'n'roll band", a un'epigono punk folk del giovane Bragg di "Brewing up", il clima livido dell'Inghilterra thatcheriana rimpiazzato da quello non meno deprimente del "no future" del nuovo millennio, i paesaggi tremolanti e nebbiosi di "Border line", le ondeggianti rifrazioni sonore di "Ceiling" e la ambient spettrale di "Foreign 2" parlano tutt'altra lingua, un minimalismo elettronico che (non c'è da stupirsi) ha affascinato un giovane collega d'oltreoceano come Frank Ocean (già si parla di una collaborazione tra i due) e che talvolta sfocia dalle parti del classico trip-hop bristoliano ("Will I come"), del dubstep, del toastin' giamaicano e dell'hip hop afroamericano ("Neptun estate", una rabbrividente "Cementality" che confessa pulsioni suicide) senza disdegnare reminiscenze di malinconiche melodie anni '50 ("Baby blue") e di una ruggente epopea swing riletta tra soli jazz di fiati, funk e breakbeat ("Lizard state", l'unico pezzo a ritmo sostenuto della collezione accanto alle suggestioni ritmiche quasi sudamericane di "The krockadile").

Archy/King Krule batte queste strade poco esplorate già da tempo (il primo singolo "Out getting ribs", titolo ricavato da quello di uno schizzo a matita di Jean Michel Basquiat, è un singolo risalente a quasi tre anni fa), assorto in esplorazioni poetiche, musicali e cromatiche ("l'ombra più scura del blue" di "Bathed in grey") tutte sue. Non è sempre facile stargli appresso, ci sono ripetizioni nella scrittura e nella struttura dei pezzi, la voce iperespressiva è anche monocorde e certe lodi della stampa britannica sono magari, come spesso capita, esagerate. Ma la depressione economica e psicologica di un Paese disorientato, la commistione audace e postmoderna di generi antichi e moderni, Internet e le esperienze di condivisione sui social network hanno fatto sbocciare un talento sicuramente originale, sorprendente e di potenzialità al momento sconosciute.
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