«HESITATION MARKS - Nine Inch Nails» la recensione di Rockol

Nine Inch Nails - HESITATION MARKS - la recensione

Recensione del 02 set 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Trent Reznor è uno degli artisti più importanti degli ultimi 20 anni. Per quello che ha fatto con la musica e per quello che ha fatto attorno alla musica. Questi sono gli anni in cui la forma e i modi in cui ci arrivano i suoni sono importanti quanto e se non di più della sostanza. E Reznor ha giocato parecchio con la forma della musica dei suoi Nine Inch Nails: ha mandato a quel paese le case discografiche, spiazzando e anticipando l’industria: l’ha regalata, ha usato chiavette USB, file sharing e applicazioni prima di tutti gli altri (mentre quegli stessi “altri” gli davano del pazzo). Ha usato il nome della band come un brand. Ma mai senza dimenticare la sostanza: perché i Nine Inch Nails hanno costruito un sound unico, con grandi canzoni e grandi performance dal vivo.
Un preambolo per dire che si nasce incendiari e si finisce pompieri: per apprezzare questo “Hesitation marks” bisogna dimenticarsi la forma. Il primo album in 5 anni del gruppo (che in realtà è sempre Reznor accompagnato da musicisti diversi) arriva nel modo più semplice possibile: pubblicato da una major - la Columbia in America, EMI/Universal da noi. Certo, in rete la band ha fatto circolare molta roba ultimamente (le registrazioni delle prove del tour). Ma, a questo giro, nella forma c’è ben poco di innovativo - se non l'idea di rendere disponibile una versione "non compressa", per audiofili del disco, in vendita solo sul sito della band.





E, anche nella sostanza, non c'è pressoché nulla di innovativo . Ma è un “nulla” che spacca: perché “Hesitation marks” è un disco splendidamente conservatore, in cui si ritrovano tutti gli elementi che hanno fatto amare i NIN. “Sono una copia di una copia di una copia”, canta Reznor all’inizio del disco: forse non solo è il solito immaginario cupo e fosco, ribadito anche dal titolo (le “Hesitation marks” sono le ferite leggere di un suicida che esita prima di infliggersi il colpo mortale).
C’è l’unione violenta di elettronica e rock, che una volta qualcuno chiamava “industrial” e che oggi è solo un genere sonoro in cui quasi nessuno sa destreggiarsi come Reznor. Che, non va dimenticato, non è solo un arrangiatore ma un grande autore di canzoni. Anche quando si cimenta nel pop-punk alla Cure, come in “Everything”, sa esattamente come maneggiare la faccenda. Poi, quando fa quello che ci si aspetta, il risultato è mozzafiato: la suite finale “I would for you”/”In two”/ “While I’m still here”/“Black noise” è un gioiello vero di claustrofobia sonora.
Così come non c’è nessuna forma spiazzante, in “Hesitation marks” non c’è neanche nessuna “Closer”, nessuna “Hurt”. Anche se ci fossero, forse non ce ne accorgeremmo: quelle canzoni hanno lasciato il segno anche grazie al tempo in cui sono state pubblicate, perché allora erano non solo grandi, ma diverse da tutto il resto. Oggi i Nine Inch Nails sono più "normali". Inutule chiedere a Reznor di avere la stessa forza e dirompenza di “Downward spiral”. Ci si accontenta del fatto che qua ci sono solo ottime canzoni, prodotte e suonate come Dio comanda: ed è un’ottima consolazione.
(Ps: in un'intervista, Reznor ha dichiarato: "La nostra musica non è gratis, non costa cinque centesimi, non costa un dollaro. Vale 10 dollari. Se non vi va bene, andate a farvi fottere" - pensandoci bene, la vera innovazione nella forma di questo disco è riaffermare il valore della musica: cosa che ti puoi permettere solo dopo averla regalata.)
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