«BOOTLEG SERIES VOL. 10 - ANOTHER SELF PORTRAIT - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - BOOTLEG SERIES VOL. 10 - ANOTHER SELF PORTRAIT - la recensione

Recensione del 27 ago 2013 a cura di Alberto Sibilla

La recensione

Se si chiede ai fan di Bob Dylan quale sia il suo miglior disco, si ottengono risposte differenti. Ma se si chiede quale è il peggiore, quasi tutti indicano “Self portrait” (1970) con la sciagurata appendice del 1973 di “Dylan” (canzoni dalle sessioni, pubblicate dalla Columbia senza il consenso del cantante).
Quando è stata annunciata l’uscita di “Another self portrait (1969-1971)” come decimo volume delle “Bootlegs series”, un brivido è corso sulla schiena di fan e giornalisti che avevavo stroncato l’originale: “Cos’è questa merda”, ne scrisse nel 1970 Rolling Stone, con una delle stroncature più famose della storia del rock.
Ma, come recita Dylan, “ don't criticize what you can't understand”: prima di parlare dell’oggi meglio cercare di capire la storia di “Self portrait”, o meglio dei primi anni ’70, periodo da cui sono tratte le canzoni che fanno parte del cofanetto.
In quel periodo Dylan si era ritirato in campagna a Woodstock, aveva subito la morte del padre senza riuscire a rimediare a incomprensioni e incomunicabilità, era diventato padre a sua volta. Nella sua autobiografia dedica un capitolo a quel periodo: emerge un uomo spaventato dai tempi, dalla violenza, dalla confusione e che si sente espropriato dall’identità e perseguitato dalla sua fama. Si sente come l’apprendista stregone che ha scatenato un folletto della rivolta e dell’invadenza da cui vuole prendere le distanze in ogni maniera, anche con l’autodistruzione.
Nell’attuale video di accompagnamento all’uscita del disco vediamo un country Dylan che guarda le galline e porta a spasso il cane. Ovviamente questi stati d’animo hanno conseguenze non indifferenti sulla sua musica. Dylan cercava pace non solo nella campagna, ma nel recupero della tradizione musicale americana sia essa folk, country o canzoni melodiche cantate da crooner. L’eredità musicale non è solo di canzoni socialmente corrette, ma è fatta di blues sporchi, melensaggini e motivi di dubbia armonia. Già negli anni precedenti erano usciti dischi che, dopo “Blonde on blonde”, si possono definire anomali. Mentre trionfano gli hippy e la cultura psichedelica Bob inizialmente minimizza la struttura musicale (“John Wesley Harding”) e poi recupera la tradizione country (“Nashville skyline”). Poi cerca la rottura più netta. A ventinove anni se ne esce con un patchwork, “Self portrait”, appunto che meglio dei precedenti illustra il momento sta passando. Per completare il quadro, in molte canzoni cambia la voce e s’improvvisa cantante melodico o accentua il tono rauco stile country. Le conseguenze sono note: stroncatura da parte dei critici e crisi negli appassionati. Persino Dylan si spaventa e pochi mesi dopo fa uscire un altro disco, “New morning”, che è accolto come prova di rinsavimento. In realtà pure questo è un disco con le stesse caratteristiche del precedente, meno pasticciato, ma poco sentito e dettato dalla paura.
Da questi due dischi arriva “Another self portrait”, la cui origine è la scoperta da parte della Sony di un nastro a due tracce che contiene l’intera sessione originale che sarebbe diventata il “Self portrait” originale. Si tratta di sessions in studio a New York e live con musicisti del calibro di David Bromberg e Al Kooper, la Band; i nastri furono portati a Nashville, dove furono aggiunti un background vocale, un’orchestrazione e overdub in molte canzoni che appesantirono non poco le incisioni originali.
Facciamo un salto temporale di quaranta anni e arriviamo al doppio CD che giunge tra le mani in questi giorni: “Another self portrait” recupera le incisioni originali, senza le scelte e soprattutto senza manipolazioni nashvilliane successive. Sono escluse le canzoni da crooner (che ascoltate ora, non sono poi così brutte …) ma vengono aggiunti brani dal registrazione del concerto dell’ Wight del 1969 con la Band. L’album è completato con altri brani provenienti da “New morning”, considerato giustamente un’appendice al disco precedente e anche due canzoni da “Nashville skyline”. Una “Deluxe edition” in 4CD aggiunge il concerto per intero in versione rimasterizzata, così come il disco originale.
Oggi, in prima battuta colpisce la voce di Dylan vigorosa, immediata, fresca e particolarmente adeguata e coerente con le canzoni. È accompagnato in maniera incisiva da Al Kooper e in particolare dal grande David Bromberg. Dylan esprime il meglio nelle canzoni tradizionali, in gran parte non incise in precedenza e tra queste una menzione a “Pretty Saro” accompagnata da un bel video che ritrae l’America rurale degli anni ’50, mito di quel periodo dylaniano. Tutte queste canzoni tradizionali (tra cui “Belle isle”, “Minstrel boy”, “Bring me a little water”, “Tattle O’day”) evidenziano una voce calda e ispirata e una coerenza armonica.




Poi ci sono le cover di buon livello di cantanti folk, cantate con convinzione e con ottimi risultati. Da ascoltare “The evening so soon” (Bob Gibson) e “Thirsty boots” (Eric Andersen). Analoga qualità lo troviamo nelle canzoni scritte da Dylan che senza gli appesantimenti successivi manifestano tutta la loro freschezza; in due canzoni (“Time passes slowly” e “Working on a guru”) c‘è anche George Harrison. Il demo di “Went to see a gypsy” è all’altezza delle migliori incisioni.
Un discorso a parte lo meritano le canzoni dal vivo, tratte dal concerto di Wight del 1969. La qualità è buona, ma bisogna prendere atto che pur essendo un cantante che ha dedicato la vita ai concerti, le versioni in studio delle sue canzoni sono di un altro livello. Con Dylan hanno suonato dal vivo musicisti eccellenti, ma qui si vedono già i limiti che dal vivo, a parte l’esperienza della Rolling Thunder Revue di qualche anno dopo, si porterà dietro negli anni. Sicuramente non è più il cantante dei precedenti concerti inglesi.
In questa riedizione, in sostanza ci sono gli elementi essenziali per comprendere la complessità di Dylan e anche i suoi limiti. Questo disco delle “Bootleg series” offre una seconda chance ai “writers and critics”: oggi debbono riconoscere che Dylan non si è mai fermato - anche nei momenti di maggior difficoltà riusciva a prendere una direzione. La stroncatura di “Rolling stone” era ampiamente condivisa e questa rivisitazione delle radici della musica americana non era facilmente comprensibile.
Quel disco era, usando una metafora forte, era come la caduta degli dei. ma aveva in se tutti gli elementi successivi della rinascita. E allora non c’era la rete e ben pochi conoscevano le crisi esistenziali di Dylan... “Another self portrait” mette le cose a posto. Difficile dare una valutazione in termini di stelle, ma sicuramente è un CD da acquistare nella versione completa deluxe e riascoltare anche il disco originale.
Mi piace pensare che Dylan da anni sapesse dell’esistenza di questi nastri e alla sua età abbia voluto chiarire quel periodo con la musica.
A proposito: le note di copertina sono di Greil Marcus. Si, proprio quello che scrisse “What is this shit?”... Un cerchio che si chiude.
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