«ESKINZO - Eskinzo» la recensione di Rockol

Eskinzo - ESKINZO - la recensione

Recensione del 08 lug 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

“Eskinzo” è il titolo del disco, ma è anche il nome della band che il disco l’ha messo in piedi; e quello di una spiaggia delle Canarie dove nel 2009 è nata la band che ha fatto il disco. Eskinzo è il nome che si sono scelti Luca Cognetti e Matteo Tambussi per il loro progetto. Un progetto che, se escludiamo l’origine esotica, si è sviluppato sostanzialmente tra Torino e Londra. Quindi, ricapitolando: Torino, Londra, le Canarie, una spiaggia e due ragazzi. Eskinzo: elettronica, alt rock, progressive, new wave, industrial, perfino post rock. Per capire chi sono gli Eskinzo, e soprattutto cosa fanno, non si può non tenere conto di tutto il resto, in modo particolare dei posti, location fisiche, che hanno determinato la nascita e la fioritura di un lavoro come questo. “Eskinzo” è il disco di debutto di Luca e Matteo; undici pezzi per un total running di cinquanta minuti. Dentro ci possiamo trovare tutte le cose che ho elencato poco fa, mischiate l’una con l’altra con abilità e gusto. Un’operazione resa possibile, per come la vedo io, grazie alla dimensione internazionale che è alla base del progetto stesso. In altre parole, “Eskinzo” è un disco di genere, capace di varcare i confini italiani perché è fuori dai confini italiani che è stato in buona parte partorito. All’ascolto suona come suonerebbe un disco inglese, o tedesco, con quel french touch (e lo vedremo meglio entrando nel dettaglio dei pezzi) appena accennato che non sta mai male, se ben dosato. Gli Eskinzo hanno fatto esperienza di una grande quantità di musica assimilata nel tempo, costruendo il proprio sound partendo proprio da questa esperienza. Non c’è nulla di male quindi a cercare qualche aiutino anche ora (i famosi riferimenti), che del disco stiamo parlando. E non c’è nulla di male nel cercare di prendere il meglio da chi sa fare il meglio.



“Toys”: Trent Reznor e Atticus Ross; la colonna sonora di “The Social Network”, con qualche eco Faith No More (!). Un ambiente algido e sintetico su cui s’innesta il cantato. Atmosfere cupe, plumbee, distorte. L’habitat naturale in cui si muovono gli Eskinzo; una bella differenza se si pensa alle spiagge delle Canarie. Un saliscendi che sfocia poi in un piccolo crescendo melodico più solare. Un bel pezzo. “4th day pray” si asciuga ulteriormente e fa della texture il punto di forza, grinzosa e fredda. “Trys”: i Radiohead (o magari gli Ultraísta?); una nenia agrodolce e stratificata. Qui gli Eskinzo iniziano a mollare gli ormeggi, ponendo al centro il suono stesso. Una scelta azzeccata che pagherà poi anche nel resto del disco, andando a costituirne l’aspetto più interessante, cioè il suo essere in grado di funzionare a più livelli, sia in primo piano come sottofondo. “Lonely soul in the sugar bowl” si avvale di un basso vagamente new wave e rimescola gli elementi fin qui messi sul piatto. Una variazione sul tema che chiarisce i termini di un songwriting che gioca molto sull’alternanza di pieno e vuoto e, di nuovo, sulla definizione di un’atmosfera. “Jesus honeyfly” è il singolo e si comporta come tale; più accessibile per definizione e dal sapore più alt rock. E’ anche il preludio a uno dei pezzi migliori del disco, quella “Kyotolove” che richiama nuovamente in causa i Radiohead migliori. Davvero un bel pezzo, poetico, ispirato, quasi ipnotico. “Western fuzza” prende i Depeche Mode, li dopa prima e li smussa con un tocco di Air dopo; cadenzata, irregolare, è il break che spezza la trance soffusa che fin qui ha distinto la prima parte del disco. Lato A e lato B.
“Mighty you” cavalca poi questa onda acida, riducendo ulteriormente il discorso ai minimi termini. Un pezzo dalle tinte horror, più a suo agio, molto probabilmente, con volumi in grado di rendere giustizia alle esplosioni e al bel finale di cui è fornito. “Ms. Ten” cambia però quasi immediatamente registro, esibendo il country folk con slide incorporata che non ti aspetti. Una prova d’innegabile versatilità (il pezzo è valido) che però fatica a trovare una vera collocazione una volta inserito nel contesto del disco. Un divertissement? Probabile. Magari no, o magari boh. Personalmente è l’unico pezzo che ho faticato a inquadrare, anche perché è circondato da cose completamente differenti. “Eastern fuzza”? Electro claustrofobia. Morbida quanto vuoi, ma senza un raggio di sole: il minuto finale mette freddo anche ai primi di luglio. Il disco si chiude poi con un pezzo particolarmente significativo, “Two days”: quasi interamente strumentale se non per qualche eco lontano che va a confondersi con il tessuto sonoro in crescendo. Un pezzo affascinante, che riprende quello spirito da soundtrack già apprezzato in apertura, chiudendo così il cerchio alla perfezione. Un po’ di post rock, un po’ di ambient. Tanto sound. Solo sound.

Sound: la parola chiave per entrare in un disco come “Eskinzo”. E’ anche la parola chiave per capire gli Eskinzo stessi. Una band nata alle Canarie e cresciuta (anche) in Inghilterra ma, che ci si creda o no, italiana da cima a fondo.
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