«ONCE I WAS AN EAGLE - Laura Marling» la recensione di Rockol

Laura Marling - ONCE I WAS AN EAGLE - la recensione

Recensione del 10 giu 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Due colori soltanto, bianco e nero. Chioma, spalle e braccia nude in primo piano. Pelle e ossa. La copertina di "Once I was an eagle" dissemina i primi indizi: il quarto album di Laura Marling è un disco senza orpelli, per voce e chitarra, spoglio, crudo e onesto nelle musiche e nei testi che descrivono cicli, turbamenti e vertigini dell'amore con un linguaggio maturo e una prospettiva che non ti aspetteresti da una ventitreenne. Sta crescendo in fretta, Laura. In frettissima. Meno di due anni fa, "A creature I don't know" era stato un piccolo trionfo, ma questo disco - coraggioso, lungo (oltre 63 minuti) e impegnativo - è un salto acrobatico, un balzo in un'altra dimensione, una dichiarazione quasi sfacciata di fiducia nei propri mezzi da parte di un'artista capace di smarcarsi dal praticello dell'indie folk in cui è germogliata ( Mumford & Sons , Noah and the Whale) così come dall'ombra delle irrinunciabili pietre di paragone, i dischi di Bob Dylan e di Joni Mitchell con cui è stata svezzata dai genitori.

Accompagnata per mano, anche questa volta, da un produttore telepatico come Ethan Johns, un multistrumentista per cui spesso "meno" equivale a "più" (suona tutto lui, a parte la chitarra della Marling, il violoncello di Ruth de Turberville e il basso di Rex Horan), Laura ha il fegato e il calcolato ardire di iniziare il viaggio con una suite di quattro canzoni a vasi comunicanti che fluiscono una nell'altra senza soluzione di continuità. "Take the night off", "I was an eagle", "You know" e "Breathe" srotolano in venti minuti un tappeto raga folk ipnotico e onirico su cui la voce roca, soffusa e sempre in controllo della Marling fluttua ondivaga tra il registro basso e il falsetto accompagnata dagli accordi echeggianti delle chitarre, da percussioni via via più insistenti, da un harmonium in lontananza, dai lirici contrappunti del cello. Altro che ballate strimpellate a squarciagola e "singalong" da pub: qui si prediligono una scrittura umorale e melodie non lineari sciorinate in una sorta di flusso di coscienza, come Van Morrison ai tempi di "Astral weeks". In "Master hunter", nervoso folk rock di tensione, concitazione e rabbia appena trattenute, Laura canta come una PJ Harvey o una Fiona Apple accompagnate dalla chitarra di Roy Harper o di Jimmy Page quando incideva "Led Zeppelin III": un piccolo capolavoro, e date un'occhiata anche al bellissimo videoclip, con quei corpi che si intrecciano in una danza rituale sensuale e violenta. Subito dopo, i tocchi classici, spagnoleggianti di "Little love caster" e il folk tenebroso di "Devil's resting place" ruotano intorno allo stesso centro di gravità e agli stessi temi prima che un interludio strumentale da sigla radiotelevisiva anni Cinquanta prepari all'inizio della seconda "facciata".





Più comunicativa, più corposa, più radiosa - man mano che al buio di una relazione interrotta si sostituisce la luce della rinascita - più "americana" (da qualche tempo la Marling, originaria dell'Hampshire inglese, si è trasferita a Los Angeles), a partire da quella "Undine" che evoca sì i preziosi arpeggi dei Pentangle ma soprattutto il neo tradizionalismo di Gillian Welch, gli Appalachi più che le brughiere inglesi, con un bellissimo organo che nella successiva "Once" assume accenti gospel. Nella deliziosa "Where can I go?", leggera e soffice come una nuvola, tornano i modi gentili e californiani della Mitchell ai tempi di "For the roses" e "Court and spark", nellla quasi psichedelica "When were you happy? (And how long has that been") si aggira forse il fantasma di David Crosby e nella flessuosa bossa nova di "Little bird" emergono le morbide inflessioni di Suzanne Vega, prima che "Saved these words" riporti tutto all'inizio in un percorso circolare che fa di questo disco un'opera coerente e unitaria nemica degli ascolti frammentari e superficiali.

La chiave della riuscita di questo album forse sta proprio lì, nella ricerca di una sfera intima, autentica e profonda di espressione che trova spunti, appigli e ispirazione su entrambe le sponde dell'Atlantico. Un percorso diverso, ma parallelo, a quello seguito da Beth Orton con l'ultimo "Sugaring season" : e magari non sarà un caso che siano loro, oggi, le punte di diamante del cantautorato femminile inglese, o più semplicemente della canzone d'autore tout court.
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