«RAT FARM - Meat Puppets» la recensione di Rockol

Meat Puppets - RAT FARM - la recensione

Recensione del 17 apr 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

La fattoria dei ratti: è forte l’immagine evocata dal titolo del quattordicesimo disco dei Meat Puppets, veterani della scena alt rock/college rock – come dire… sono in giro, tra mille casini, da qualcosa come 33 anni.
E la fattoria dei ratti può metaforicamente essere quel luogo in cui la band si trova relegata da anni; perché nonostante la venerazione da parte di personaggi che hanno cambiato il corso del rock alternativo (da Kurt Cobain coi Nirvana, passando per Flea, Peter Buck, Henry Rollins, Ian MacKaye, Kim Thayil e addirittura Scott Asheton degli Stooges), sono da sempre confinati tra gli outsider. “Meat Puppets? Ah sì, piacevano a Kurt Cobain… non sono quelli che hanno suonato coi Nirvana a MTV Unplugged, quei due fratelli tossici?”. Certo, sono loro. Ma per fortuna la faccenda non si esaurisce qui – o meglio, si esaurisce qui per molti, ma non per tutti.
Fine della tirata da telepredicatore.
Veniamo a “Rat farm”: 12 brani di alt country, rock alternativo, folk punk – con una tendenza a spalmarci sopra, come se il panorama non fosse già abbastanza sfaccettato, praticamente qualsiasi cosa, dal reggae al prog all’acid rock. Il tutto con una piacevole e perversa vena minacciosa appena percettibile: nonostante le melodie e le suggestioni rassicuranti, si percepisce nettamente una gustosa tensione durante l’ascolto. C’è sempre qualche dettaglio bizzarro a rendere tutto più straniante e stimolante. Insomma, dimentichiamo il power pop e i pezzi un po’ omogeneizzati del precedente “Lollipop”… i Meat Puppets qui fanno centro alla grande.



I professoroni squinternati del punk dell’Arizona (vabbè, ora pare che vivano in stati diversi e si scambino file via email) ci assalgono col sorriso sulle labbra, come baristi infernali viziosi e sadici che godono nell’ubriacare clienti ignari, per poi venderli a trafficanti d’organi dal bisturi allegro: l’alt country brillante di “Time and money” è un esempio della loro maestria in questo meraviglioso gioco da galera (tipo gli Allman Brothers in overdose da fuzz Big Muff)… per non parlare di quel gioiello di “Down”, tra chitarre jingle-jangle, tamburini, linee vocali ruffiane e una malinconia da cacciatore di teste in vacanza.
Non sono più la band che incideva per SST, non sono più il gruppo del contratto su major degli anni Novanta… ma sono sempre i Meat Puppets e risultano riconoscibilissimi, oltre che in ottima forma: principalmente per la natura inafferrabile della loro musica, la cui ricetta sembra custodita gelosamente dai fratelli Kirkwood.
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