«PALE GREEN GHOSTS - John Grant» la recensione di Rockol

John Grant - PALE GREEN GHOSTS - la recensione

Recensione del 25 mar 2013 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Tre anni dopo, John Grant. Tre anni dopo un disco dannatamente ben riuscito come "Queen of Denmark". Un disco che potrebbe essere un viaggio senza ritorno. Un viaggio di sola andata verso un song writing d’eccezione. Uno di quei viaggi/dischi che sogni da sempre di fare ma che poi quando vengono fatti e riescono così bene potrebbe anche salirti la frustrazione e la paura di non poterti ripetere. Quando hai conquistato i cuori e, forse anche peggio, i cervelli di un buon numero di persone sale il numero delle fiches che metti sul tavolo. Intendiamoci: non si sta parlando di milioni di seguaci, non si sta parlando di mainstream pop o rock che sia. Stiamo parlando di un nutrito drappello di affezionati che nelle parole e nella musica di questo artista si sono riconosciuti e nel quale hanno riposto fiducia. Una fiducia forse eccessiva, una fiducia forse non richiesta. Ma il succo del discorso non cambia: si chiama responsabilità, si chiama pressione. Lì fuori un manipolo di fedeli potrebbe non accettare l’eventuale delusione datagli da “Pale green ghosts”, la sua seconda prova solista dopo le dignitose (molto dignitose) pubblicazioni con gli Czars. John Grant però nel privato ha molto peccato e molto sbagliato nel passato che ora non è interessato alla questione. Vuole solo proporre la sua musica e usare i testi per esorcizzare alcuni brutti fantasmi ed evocarne altri positivi.
Onestamente non saprei dire come questo manipolo di fedeli possa aver accolto il nuovo album. Se l’aspettativa era per un “Queen of Denmark 2” siamo leggermente fuori strada. Però, a conti e ad ascolti fatti, è anche possibile scrivere di un “Queen of Denmark 2”. Gli album sono legati tra loro molto più di quanto possa far pensare l'ascolto distratto. La nota distintiva del nuovo album è l’uso di una elettronica semplice, diretta, ingenua, molto anni ottanta. Il tipo di elettronica del quale si è cibato e appassionato il nostro negli anni della formazione. Un uso piacevolmente sorprendente.



Un uso posto senza paura e timore direttamente in apertura - “Pale green ghosts” e “Blackbelt” - come fosse una disarmante dichiarazione d’intenti: questo è quello che vi attende, questo sono io. E per uno che, per sua ammissione, ha avuto più di un problema a farsi accettare dal prossimo è un messaggio forte. Dalla sua parte il fatto che le due canzoni che aprono questo disco sono talmente belle che l’accettazione sembra un problema molto secondario. La terza track, “GMF”, riporta alle atmosfere del primo album. Ai cori, la presenza di Sinead O'Connor - che troveremo anche nella perfetta “It doesn’t matter to him” e in “Why don’t you love me anymore” - è funzionale per impreziosire le canzoni e ancora di più per propagandare l’arte di John sui media. Che di certo male non fa.
La parte centrale del disco scende di quel poco appena di tono così da evidenziare al meglio la bontà della chiusa con il trittico “Ernest Borgnine” per sommesso sax ed elettronica (la dedica dell’autore al suo immaginario cinematografico, nel primo album fu “Sigourney Weaver” a meritarsi la citazione), “I hate this town” e “Glacier” a chiudere in punta di pianoforte.
“Pale green ghosts” ha poco o nulla da invidiare al suo fratello maggiore. Punta dritto al cuore e conferma le capacità di John Grant di usare parole che vanno dritte al nocciolo della questione trovando consolazione nella catarsi della verità. Il recensore può gioire, il possibile rischio è stato evitato: “Queen of Denmark” ha un degno successore.
John Grant sarà in Italia ad aprile. Tre i concerti in programma: Milano, Roma e Bologna. Non perdetevelo, se potete.
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