«LUCKY TOWN - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - LUCKY TOWN - la recensione

Recensione del 01 gen 2013 a cura di Fabrizio Coppola

La recensione

Gli americani, quando sentono il bisogno di un cambiamento, mollano tutto e partono per un'altra città, un altro posto, un’altra casa e, con un po’ di fortuna, una nuova vita. Prima fanno una bella yard sale, cioè mettono in vendita sul prato di casa tutto ciò che non intendono portarsi dietro, poi stipano la loro giardinetta – che una volta era costruita a Detroit, oggi è di provenienza asiatica – e partono. E’ il mito della frontiera, del viaggio inteso come rinascita.
Eccezion fatta – immaginiamo - per la giardinetta e la yard sale, questo grosso modo è ciò che ha fatto Bruce Springsteen a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta. Ha mollato tutto ed è partito: si è lasciato alle spalle una ex moglie, una ex band, e i suoi luoghi natali, ed è partito verso l’Ovest. Nella Los Angeles dei ricconi si è stabilito in una mansion milionaria con la nuova moglie, figlia del popolo come lui. Ci ha messo qualche anno – e qualche disco – per capire che la cosa non funzionava, che non avrebbe mai imparato a giocare a golf, che gli psicanalisti a Los Angeles costano molto di più che a Rumson, NJ, e soprattutto che a Hollywood appena esci sbronzo da un locale hai subito addosso decine di paparazzi in cocaina pronti a immortalare la scena.
Il disco di cui parliamo qui, “Lucky town”, è stato scritto e registrato proprio negli anni a Los Angeles. Alla fine delle sessions per “Human touch” Springsteen scrisse un altro brano, che gli sembrò talmente distante, per ispirazione e sonorità, da ciò che aveva appena finito di registrare, che decise di approfondire quel tipo di scrittura. Da quello spunto in poche settimane è nato “Lucky town”, un disco autonomo, con tematiche e sonorità nettamente distaccate da quelle presenti su “Human touch”. Nonostante sia un lavoro molto eterogeneo dal punto di vista musicale – l’ossatura del suono è data da un impasto di folk rock, blues urbano e country con massicce dosi di gospel –, il lavoro risulta compatto, come se le varie e diverse influenze finiscano per annullare se stesse nella generazione di un suono che va oltre la somma delle parti; e questa è una cosa che capita spesso nei dischi di Springsteen, abituato a saccheggiare la tradizione per trovare nuovi approcci a percorsi consolidati.
L’apertura del disco è affidata a “Better days”, una ruvida dichiarazione d’amore per la vita e per la nuova compagna, con chitarra elettrica in evidenza e cori di stampo gospel sui ritornelli. Da lì si passa subito alla title-track – la cui struttura armonica del ritornello è presa pari pari da “Have you ever seen the rain” dei Creedence Clearwater Revival. È uno degli episodi migliori del disco: un brano sulla rinascita spirituale e sulle paludi che bisogna attraversare per giungere alla Città della Fortuna, di cui Springsteen canta qui con la voce carica della rabbia che è l’unica alternativa al cinismo.
Il terzo episodio alleggerisce la narrazione e trae spunto da un fatto tanto buffo quanto reale: sembra che un giorno Springsteen abbia visto in una vetrina una creazione molto kitsch che si componeva di tre figure, un dobermann a destra, Bruce Lee a sinistra e nel centro proprio lui, il Boss. Da lì a scrivere una canzone sull’episodio dev’essere stato un passaggio breve, e così è nata “Local hero”. Il testo contiene diversi passaggi autoironici, un elemento che mai era entrato nella scrittura springsteeniana; va detto che anche altre canzoni di “Lucky town” presentano spunti di questo tipo, come se l’autore stesso si rendesse conto che, viste dall’esterno, le difficoltà della sua vita avrebbero potuto far arricciare il naso a molte persone (“una vita di divertimenti e un tesoro da pirata non sanno molto di tragedia”, “Better days”). Con “If I should fall behind” ci addentriamo in una delle tematiche più importanti del disco, e cioè la vita amorosa, i suoi ostacoli e le sue difficoltà. Cantata con voce accorata, è una ballata molto dolce sull’eterna promessa degli amanti, quella cioè di sostenersi e di prestarsi reciprocamente cura. Nei live del “Reunion Tour” la canzone, cantata a turno dai membri della E Street Band, è diventata un inno alla fratellanza e alla fiducia reciproca nella brotherhood della Strada E (un po’ retorico, certo, ma al Boss possiamo perdonare questo e altro).
Si torna su con “Leap of faith”, un uptempo cantabile e divertente sulla necessità della fiducia come punto di partenza per ogni impresa, prima di cambiare nuovamente suono e ambientazione.




Infatti, all’interno di “Lucky town” c’è anche spazio per la critica sociale e la politica, che Springsteen ammanta di un blues elettrico dalle tinte cupe e fosche: “The big muddy”, lenta e dilatata, è una sorta di riflessione sulla vita, stretta tra i bassifondi dei compromessi e le bugie, cantata con un timbro che più cinico non si sarebbe potuto. “Souls of the departed" è una canzone sulla violenza e sulla morte, dalle strade di Bassora (siamo ai tempi della prima guerra del Golfo) fino ai boulevard di LA – che un mese dopo l’uscita del disco sarebbero stati teatro dei disordini passati alla cronaca come Los Angeles Riots –, per finire con l’amara chiusa dell’ultima strofa: “esercito il mio commercio nella terra di Re dollaro, dove vieni pagato e il tuo silenzio passa per onore”.
I due brani sono separati da “Living proof”, un inno rabbioso, elettrico e liberatorio sulla paternità e sugli spettri affrontati da Springsteen nell’ultimo periodo della sua vita (“La vita è un castello di carte, fragile come ogni singolo respiro di questo bambino che dorme nel nostro letto”).
“Book of dreams” è un intimo quadretto matrimoniale, con le luci della festa, i brindisi, e le cicatrici che restano anche se il dolore sembra ormai passato e si può pensare a un nuovo inizio.
La chiusa del disco è affidata a una ballata mossa e lirica, “My beautiful reward”, con chitarre acustiche in bella evidenza e controcanti da brivido nei ritornelli. Il nostro ci canta la sua versione della “splendida ricompensa”: si passa la vita in cerca, e ogni tanto si ha anche la fortuna di trovare qualcosa, ma l’unico modo per preservare il senso di ciò che si è trovato è non smettere mai di cercare.

Fabrizio Coppola (1974) è un songwriter milanese con quattro dischi all'attivo. Non ha mai fatto mistero di essere stato molto influenzato dalla musica di Springsteen negli anni formativi dell'adolescenza, influenza che spunta qua e là nei suoi lavori discografici, più per l'approccio verso la forma canzone e le tematiche dei testi che per similitudini prettamente sonore. Il suo ultimo lavoro è “Waterloo” (Via Audio, 2011). www.fabrizio-coppola.net
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