«TUNNEL OF LOVE - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - TUNNEL OF LOVE - la recensione

Recensione del 01 gen 2013 a cura di Luca Bernini

La recensione

TAKE 1

Non è certo il disco che il mondo si sarebbe aspettato da Bruce Springsteen , “Tunnel of love”, o almeno non dopo un album che l’aveva promosso a rockstar planetaria come “Born in the USA”, uscito nel 1984 e spinto da un tour mondiale ancora oggi indimenticato. E invece.
Con un colpo di scena che non è certo il primo (né l’ultimo) della sua carriera, nel 1987 Springsteen sceglie di tornare con un album introspettivo e costruito in gran parte su canzoni d’amore andato a male. Lo fa senza avvalersi dell’aiuto della E Street Band – anche se alle sessioni di registrazione del disco partecipano alcuni componenti della banda - firmando così il suo disco più personale di sempre. Ha 38 anni, il mondo ai suoi piedi fuori dalla porta e un matrimonio che è ormai in frantumi.
Dimenticate quindi la gloria furiosa e il beat tellurico di “Born in the USA”. “Tunnel of love” è un disco scarno, fatto di malinconici tappeti di tastiere e snapping di dita, di chitarre e (poche) batterie, di un suono che è anzitutto ambiente, contesto, scenografia della narrazione e che cambia decisamente di brano in brano. Non è un disco che porta in dote qualcuna delle hit mascoline del Boss, ma, al contrario sfoggia una dozzina di ottime canzoni che prendono corpo e anima ascolto dopo ascolto fino a diventare “definitive”.
L’amore e i suoi fantasmi sono le apparizioni principali di un disco straordinario, incredibilmente leggero nella sua fruizione e ispirato nonostante le tematiche poco confortevoli che lo abitano. Parafrasando il titolo del disco, il tunnel dell’amore in cui ci si infila per il viaggio è anche quello che scorre lungo queste dodici canzoni, che inizia con una dichiarazione di incompletezza come “Ain’t got you” (“ho una montagna d’oro e diamanti…ma non ho te”) e si chiude con la richiesta di un abbraccio infinito in “Valentine’s day” (“stringimi forte, baby, e dimmi che sei mia per sempre”). Tra l’inizio e la fine del tunnel, una serie di canzoni che ascoltate di fila sono quasi un compendio delle parole che l’amore e una relazione portano con sé: spacconaggine (“Tougher than the rest”), paura (“Cautious man”), sospetto (“Brilliant disguise”), eccitazione (“All that heaven will allow”), malinconia (“One step up”, “Walk like a man”), solitudine (“When you’re alone”), distanza (“Two faces”), accettazione (“Tunnel of love”, “Spare parts”).
Anche se consegna al pubblico la sua immagine riflessa in uno specchio in frantumi, “Tunnel of love” è per Bruce Springsteen – e anche per chi lo ascolta - un album di guarigione. Le sue canzoni temprano, lasciano affondare chi le ascolta in se stesso, nelle proprie motivazioni e nei propri ricordi, facendone affiorare la vera natura. Come ha detto qualcuno, “E’ solo dopo aver ascoltato “Tunnel of love” che ho capito che quando un ragazzo e una ragazza si incontrano è lì che comincia, e non finisce, la storia”.
Che il rock’n’roll potesse parlare anche di questo, e farlo con questa profondità, era una sfida. Bruce Springsteen con “Tunnel of love” l’ha vinta. E questo album resterà a ricordarcelo per sempre.

TAKE 2

Il Bruce Springsteen che nel 1987 posa malinconico per la foto di copertina di “Tunnel of love”, sembra lontano anni luce da quello che, soltanto tre anni prima, nel 1984, aveva ballato sul mondo pubblicando il suo album commercialmente più acclamato di sempre, “Born in the USA”, un roboante manifesto di rock’n’roll sound anni ’80 che aveva trovato nei concerti del tour di “Born in the USA” la sua epitome. Un cofanetto di 5 album, “Bruce Springsteen & The E Street Band – Live 1975-1985” aveva poi posto il suggello a quei 10 anni di leggendaria attività live e lasciato cadere il sipario sul rocker più famoso del mondo diventato rockstar.
Nel 1987, quando esce “Tunnel of love” Bruce Springsteen sceglie di ripresentarsi al pubblico da solo (e “alone”, non a caso, è una delle quattro parole più pronunciate nei testi che compongono le dodici canzoni dell’album), cercando di camminare come un uomo, con un regno intero ad aspettarlo fuori dalla porta e un matrimonio in pezzi dentro casa. Un uomo di 38 anni che in “Tunnel of love” sceglie di fare i conti in pubblico con l’amore e i suoi fantasmi raccontandoli in canzoni.
Già, le canzoni. Quelle di “Tunnel of love”, ascoltate di fila una dopo l’altra, sembrano quasi un compendio sull’amore (“Aint’ got you”, “Tougher than the rest”), sulle relazioni (“Tunnel of love”), sull’impossibilità di conoscere la verità dell’altro (“Brilliant disguise”, “Two faces”), sulla fede (“Valentine’s day”), sulla paura (“Cautious man”), sulla solitudine (“Ain’t got you”, “When you’re alone”, “Spare parts”), mescolando momenti di gioia e accettazione (“All that heaven will allow”) a passaggi di tempo definitivi (“Walk like a man”). Dodici canzoni come dodici capitoli di un libro, o dodici apparizioni che si incontrano una volta staccato il biglietto per fare un giro su questa strana giostra.




Qualcuno ha scritto che il tunnel dell’amore di cui parla Springsteen nel disco non è tanto quello in cui entrano gli innamorati al Luna Park per provare l’ebrezza di cinque minuti di finta paura, ma è quel tipo di giostra in cui si entra uniti e si finisce per perdersi e vagare da soli. E’ proprio così, e qualcosa di più. “Tunnel of love” è l’album di Springsteen nel quale si può specchiare – e testare in modo implacabile - la verità sull’amore, se del caso a proprie spese. E’ come un oracolo. Parla per sé, ma parla anche a ciascuno di noi. E basterebbe questo per renderlo il disco più prezioso del Boss.

Tracklist:
"Ain't got you"
"Tougher than the rest"
"All that heaven will allow"
"Spare parts"
"Cautious man"
"Walk like a man"
"Tunnel of love"
"Two faces"
"Brilliant disguise"
"One step up"
"When you're alone"
"Valentine's day"
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