«BORN IN THE USA - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - BORN IN THE USA - la recensione

Recensione del 01 gen 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C’è una linea di demarcazione tra i fan storici di Bruce Springsteen . Con il tempo si è fatta sottile, quasi invisibile, ma c’è. E' quella che divide chi ha iniziato ad ascoltare il Boss con “Born in The U.S.A.” da chi lo ascoltava già da prima. Divide anche chi - in Italia - lo ha visto per la prima volta a San Siro nell’85 da chi lo ha visto a Zurigo nell’81, nel tour di “The river”. Poi sono arrivati gli altri, i convertiti. Ma i seguaci della prima ora erano divisi in caste.
“Born in the U.S.A.” è una strana bestia, nella discografia di Springsteen: amato e discusso allo stesso modo. E’ il disco del successo planetario, del suono da stadio e per questo (e per il suo suono magniloquente) è visto con sospetto dai fan storici. Ma è anche il disco che contiene alcune delle canzoni più amate di Springsteen.
E’ un album travagliato, fin dalla lunga gestazione. E’ il figlio di “The river”, l’ opus magnum cui Springsteen fece fatica a dare un seguito. Così, nel frattempo, nacque “Nebraska”, demo incisi in mezzo a sessioni di registrazioni - che produrranno una quantità infinità di bootleg, outtakes, canzoni inedite che affioreranno con gli anni e che in diversi casi riveleranno materiale di pari livello a quello del disco, dimostrando ancora una volta il furore creativo dell’autore.
Dopo quasi tre anni di lavoro, nell’84 Springsteen incide un’ultima canzone - su richiesta del suo manager, Jon Landau. E’ “Dancing in the dark”, che sarà il primo singolo. Rappresenta le contraddizioni del disco: una canzone dal testo tutt’altro che roseo, ma dall’incedere incalzante, con i tastieroni sintetici che van tanto di moda in quel periodo. Sarà il primo singolo e sarà un successone, trainato anche da un video diretto da Brian DePalma: Springsteen recita se stesso, canta la canzone in playback durante un suo concerto tirando su una ragazza dal palco (una giovanissima Courtney Cox). E’ l’epoca d’oro di MTV e quel terribile videoclip con lo Springsteen pulito e palestrato fa sfracelli (anni dopo affiorerà in’altra versione, ancora più tamarra, pe rfortuna scartata all’ultimo momento).
“Born in the U.S.A.” arriverà a vendere 15 milioni di copie solo in America, dove produrrà ben 7 singoli da top 10 (un record ancora oggi, condiviso con Michael Jackson e sua sorella Janet). Battaglierà con “Purple rain” di Prince per settimane, per la testa delle classifiche di mezzo mondo.
Tutto questo anche grazie anche a quel suono “boombastic” :“taaaaaa-tatatata-tattataaaaa” urlano le tastiere su una batteria dritta ed effettata nella title track. Ma quel suono nasconde un’inquietudine che pervade tutto l’album, dalla copertina in giù.
Altro che patriottismo: Regan si approprierà della canzone, senza rendersi conto che parla di un reduce dal Vietnam abbandonato dalla sua stessa nazione.
E così via in “Bobby Jean” - dedicata al “fratello” Little Steven, che nel frattempo ha abbandonato la E Street Band. O in “Cover me” - l’amore come salvezza. Il lirismo di “My hometown”, la nostalgia di “Glory Days” si uniscono alla disillusione di “Downbound train”, una sorta di sequel di “The river”, la canzone: la coppia che si è sposata troppo presto ora si è disfatta e il protagonista è completamente perso. Ma a questa amarezza fa da contraltare la rabbia e la speranza di “No surrender” con quella frase che è di fatto il suo manifesto: “We learned more from a three-minutes record than we evere learned in school”.

Per quello che mi riguarda, amo “Born in the U.S.A.”, anche se con gli anni l’ho ascoltato molto meno di altri dischi. Lo amo perché contiene la mia canzone preferita di Springsteen, il mio “sacro graal” che inseguo da anni ai concerti, mancandola sempre di un soffio: “Dowbound train” (che ho sentito a San Siro nell’85 e nel ’92 con l’altra band - ma quella non conta).
E lo amo perché mi ha messo dalla parte sbagliata di quella linea invisibile: un pomeriggio dell’estate del 1984, mio padre mi diede 10.000 lire e mi disse: “Vai a comprare quel disco, ti piacerà”. Quel pomeriggio la mia vita è cambiata ed è con questo album che mi sono innamorato follemente della musica.
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