«GREETINGS FROM ASBURY PARK N.J. - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - GREETINGS FROM ASBURY PARK N.J. - la recensione

Recensione del 01 gen 2013 a cura di Mario Guerci

La recensione

“Essere una rockstar è il premio di consolazione. Io volevo essere un rock‘n’roller”.
Janey la Matta, Jimmy il Santo, Billy il Selvaggio, Davy il Pallido, Joe il Sicario e tanti altri: “Greetings from Asbury Park, N.J.” racconta di loro. Racconta di solitari emarginati, eroi sconfitti, motociclisti, piloti d’automobile e ragazze sentimentali. Le prostitute e gli spacciatori diventano gli eroi di quel tempo e i sobborghi del New Jersey si trasformano nel palcoscenico su cui Bruce Springsteen riesce a farli danzare come spiriti nella notte.
Siamo nel 1973, e l’allora giovane Springsteen si porta dentro ciò che più l’ha abbagliato: il mondo raccontato da Jack Kerouac in “On the road”, la musica ascoltata quando era solo un adolescente (Elvis, Bob Dylan, Van Morrison) e il cinema degli anni ’50 con Marlon Brando e la sua banda di teppisti. In quest’album si fa quindi un passo indietro, si torna negli anni ’50 rivisitati però nel periodo in cui l’allora ventiquattrenne Bruce vagava tra i vicoli di Asbury Park, tra i locali notturni, conoscendo ragazze e spacciatori.
Quello fu il periodo in cui incontrò quei personaggi misteriosi che, durante la sua crescita musicale e spirituale, divennero suoi compagni. Stavano seduti al bancone dell’Upstage, locale di Asbury, dove i giovani rockers, come Bruce, potevano farsi le ossa. C’era chi andava in giro con l’inseparabile chitarra (Steve Van Zandt) e chi vagava sotto la pioggia vestito di bianco con a tracolla un sassofono (Clarence Clemons).
Ad un primo ascolto l’album dà l’idea di essere stato scritto tutto d’un fiato: i testi sono lunghissimi e senza tregua, innumerevoli sono i personaggi presentati l’uno dopo l’atro. Springsteen aveva tanto da dire. Quel fiume di situazioni, volti, immagini, parole è sempre stato lì, pronto a vibrare dalle corde della sua chitarra e della sua voce. Divenne quindi per lui necessario trasmutarlo in musica. E che musica! Questa urgenza la si può notare soprattutto nei brani più movimentati come “Blinded by the light” e “Growin’ up”. Lo stesso Springsteen dichiarò: “Ho fatto venire fuori un numero incredibile di cose tutte in una volta… le canzoni le scrivevo in quindici minuti, scrivevo come in preda alla febbre… non avevo soldi, nessun posto dove andare. Era inverno, faceva freddo e scrivevo. Mi sentivo in colpa se non lo facevo”.
I testi sono composti spesso da un insieme di parole stravaganti, apparentemente sconnesse tra di loro: “His countryside’s burnin’ with wolfman fairies dressed in drag for omicide they hit and run plead sanctuary, ‘neath a holy stone they hide”. Sono però anche dotate di un’affinità fonetica fantastica: “Madman drummers, bummers and Indians in the summer….In the drumps with the mumps as the adolescent pumps…”
Sono spettacolari ì personaggi che Bruce riesce a creare mischiando realtà e fantasia: come “l’impertinente baritono anticiclonico venuto dall’est” fino ad arrivare a lui in prima persona, che incontra la piccola Early-Pearly con la quale inizia un viaggio verso Zanzibar, verso la luce del sole.




Questo viaggio bizzarro si conclude con una frase che riassume un po’ lo stato d’animo del cantante: “Mamma mi diceva sempre di non guardare direttamente il sole, ma mamma, è proprio li che c’è il divertimento!”. “Blinded by the light” è il brano di punta, il pezzo che doveva fare da traino all’intero album. E il suo scopo l’ha raggiunto; Springsteen regala cinque minuti di puro Rhythm & Blues, inonda di musicalità travolgenti tenute assieme dal fantastico sax di Clarence.
Il breve ma intenso viaggio raccontato attraverso otto canzoni si conclude con “It’s hard to be a saint in the city”: “Sono nato triste e consunto ma sono esploso come una supernova”. In queste poche parole viene riassunto ciò che era in atto nella persona di Springsteen in quel periodo. Vi è una vera e propria trasfigurazione; quel ventiquattrenne timido con una chitarra in mano si fa uomo, passeggia per i vicoli malfamati vivendo la vita di quelle persone, diventando uno di loro.
Ciò che è ammirevole è come lui riconosca la difficoltà nel non rimanere sommerso da quel mondo, la difficoltà di “essere un santo in città”.
Ma Bruce Springsteen non si perde dentro quei luoghi, aveva troppo da comunicare al mondo. Per lui la strada è libertà; non libertà intesa come anarchia, ma libertà nel raccontare ciò che è vero, gridare al mondo che deve esistere quel posto dove veramente si vuole arrivare e dove si camminerà nel sole.
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