«THE RAVEN THAT REFUSED TO SING (AND OTHER STORIES) - Steven Wilson» la recensione di Rockol

Steven Wilson - THE RAVEN THAT REFUSED TO SING (AND OTHER STORIES) - la recensione

Recensione del 05 mar 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Presenze e fantasmi popolano il nuovo disco di Steven Wilson . E non sono solo i protagonisti delle "storie di spettri" che il quarantacinquenne musicista inglese ha concepito sulla falsariga dei romanzi classici di Poe, Machen e M.R. James in cui si è immerso prima di entrare in studio. Negli ultimi anni il frontman dei Porcupine Tree , riconosciuto "signore del suono surround" e maestro dei remissaggi 5.1, ha avuto libero accesso ai preziosi archivi storici dei maestri del progressive rock, King Crimson , Jethro Tull , Emerson, Lake & Palmer , ed eccone i risultati lampanti: come una spugna ha assorbito quella filosofia sonora, quel modo avventuroso di fare musica che diede il meglio di sé tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta (prima di una fragorosa implosione e della grande scomunica del punk), e lo ha reinventato abbandonandosi a un citazionismo spinto che è il limite ma anche il grande punto di forza di "The raven that refused to sing (and other stories)".

Una raccolta di storie che fin dal titolo evocano allegorie popolari, racconti fantasy e vecchi libri polverosi dimenticati in un angolo di una vecchia libreria (il "concept" che ha ispirato la realizzazione della deluxe edition), racconti avvolti in un fuliginoso spleen britannico che parlano di morte e di reincarnazione, di incidenti, e omicidi e violenza repressa, di musicisti di strada dall'esistenza invisibile, di mansueti orologiai che ammazzano la moglie, di santi bevitori che hanno l'incauto ardire di sfidare il diavolo, di esseri scomparsi che tornano sulla terra (magari sotto le sembianze di un corvo) per ammonire, ricordare, ossessionare suscitando sentimenti di rimpianto e di rimorso. E che nel "prog" del periodo classico trovano un linguaggio adatto, opportunamente immaginifico, demodé ed evocativo. Wilson si era già messo alla prova con il precedente, doppio, "Grace for danger", un ambizioso ibrido che ancora portava tracce delle altre sue passioni musicali (l'elettronica, l'industrial music, l'ambient, il gothic, il metal) e del suo modo tradizionale di far musica "solista", procedendo per stratificazioni e interventi in postproduzione. "The raven...", invece, è essenzialmente un disco suonato dal vivo in studio con una band straordinaria capace di tradurre in realtà anche i sogni più inconfessabili del leader, una specie di squadrone acrobatico del pentagramma già visto in tour anche in Italia con l'eccezione del nuovo chitarrista, il virtuosissimo Guthrie Govan: di qui il calore e l'eccitazione inusitata - e magari condita da qualche tecnicismo eccessivo - delle performance, tirate a lucido da una brillantissima resa sonora cui hanno contribuito l' "ambiente" degli EastWest Studios di Los Angeles (ai tempi in cui si chiamavano Western Recorders i Beach Boys vi registrarono "Pet sounds" e i The Mamas & The Papas "California dreamin' "), la presenza in veste di tecnico del suono di Dave Stewart (ricordate il Canterbury Sound di Hatfield & The North?) e soprattutto l'intervento in sala di regia dello stregone Alan Parsons , giustamente celebrato in questi giorni per il quarantennale di "The dark side of the moon".

Per Wilson, si è capito, i simulacri sono importanti: sarà anche per questo che nel disco, per gentile concessione dell'amico Robert Fripp , risuonano spesso e volentieri i suoni magici e vintage del leggendario mellotron "Mark II" di "In the court of the crimson king", e che ovunque emergono evidentissime le impronte dei suoi ascolti recenti e sedimentati: una coralità molto presente e molto imparentata alle armonizzazioni degli Yes , tintinnanti arpeggi di chitarre alla Genesis ai tempi di Steve Hackett (un altro dei suoi collaboratori), fraseggi d'organo Hammond in rigoroso stile E.L.&P. incrociati agli "uccelli di fuoco" e alle fughe a rotta di collo della Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin nel brano più ambizioso e cerebrale della raccolta, "The holy drinker". Una delle tre minisuite di oltre dieci minuti, quest'ultima, sapientemente alternate a tre brani più concisi e melodici, tra il lirismo in punta di spillo di "The pin drop", l'esoterismo malinconico e autunnale di "The raven..." e il romanticismo sognante di "Drive home", un classico del Wilson prog-pop chiuso da un funambolico assolo di Guthrie che dal vivo farà spellare le mani agli aficionados.

I controtempi del batterista Marco Minnemann, il pianorte e le tastiere guizzanti di Adam Holzman, il Chapman Stick e il basso fusion scolpito nella roccia di Nick Beggs, il flauto e i sax jazz di Theo Travis (un altro frippiano doc) garantiscono al disco una straordinaria varietà di atmosfere, mutazioni repentine e spettacolari di tempo, di umore, di atmosfera; una dinamica policromia che si traduce nelle sequenze serrate e nelle costruzioni geometriche di "Luminol" (l'unico brano già noto e presentato in concerto nel tour precedente), nei ritmi dispari e angolari di "The holy drinker", nei movimenti cangianti di "The watchmaker" costruiti da Wilson davvero con la meticolosa precisione di un orologiaio.





Grazie a lui, il prog classico - un vecchio fantasma dimenticato nei meandri della memoria e della storia - è tornato sulla terra. E' - lo è sempre stato - materiale fragile e pericoloso, da maneggiare con cura. Wilson lo sa fare: traghettarlo nel Ventunesimo secolo senza farlo sembrare un puro, pleonoastico esercizio di stile è il suo piccolo miracolo.
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