«WASH THE SINS NOT ONLY THE FACE - Esben & the Witch» la recensione di Rockol

Esben & the Witch - WASH THE SINS NOT ONLY THE FACE - la recensione

Recensione del 25 feb 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Sul fonte battesimale di una chiesa alle porte di Istanbul campeggia questa frase: “Lava i peccati, non solo il viso”. Gli Esben & The Witch sono in tour, ma trovano anche il tempo di gironzolare, visitare, scoprire i posti dove poi si ritrovano a suonare. Notano la frase, e questa rimane talmente impressa a Rachel Davies e nei suoi compagni che, una volta tornati in studio per dare un seguito al sorprendente “Violet cries”, si trasforma addirittura nel titolo della nuova opera. “Wash the sins not only the face” inizia a prendere forma in viaggio, come tantissimi altri “secondi” album. I pezzi messi insieme per completare il puzzle sono dieci; i generi lo shoegaze, il dream pop e il dark wave. Come “Violet cries”, certo, ma qui si lavora maggiormente sulle sfumature dei dettagli e sulla stratificazione dell’atmosfera; un concetto che la copertina stessa del disco tende a suggerire: due volti che si sovrappongono generando nuove forme, tracciando nuovi contorni. Una direzione che gli Esben & The Witch hanno intrapreso ben coscienti di quello che fino ad oggi è stato il loro essere, quell’ottimo mix di generi “nati scuri” da cui spesso molte band contemporanee attingono, ma da cui solo qualcuno riesce a ottenere un’estetica degna di questo nome. Si parla sempre di sound, ovviamente.



La seconda venuta degli Esben si basa dunque sulla sacralità della melodia, e indirettamente sulla celebrazione della stessa attraverso la sua dissoluzione nei generi su cui si fonda. “Iceland spar”: lo shoegaze; “Slow wave”: lo dice il titolo stesso. “When that head splits”: dark ambient e pop. “Shimmering”? Di nuovo shoegaze e dream pop ma lenti, intimi e scuri come raramente capita di sentire. “Deathwaltz”, l’ottimo singolo: dream pop più solare e incalzante, ma è solo un sorriso dagli occhi tristi. “Yellow Wood”: slow wave, ancora; “Despair”: distorsioni quasi noise, le stesse di “Putting down the pray”, agghindate qui da contrappunti quasi eterei; una nenia dark lancinante, al rallentatore. E per finire i due pezzi più belli del disco: “The fall of Glorieta Mountain” e “Smashed to pieces in the still of the night”, la prima una ballata intima e delicatissima sussurrata al vento, la seconda l’essenza degli Esben & The Witch concentrata in poco meno di otto minuti.

“Wash the sins not only the face” è un’opera completa. Ha un sound finalmente consistente e tutto da esplorare, qualcosa di più che una semplice facciata. Ha dei singoli da ascoltare, che se non li apprezzi subito è anche meglio perché vuol dire che dureranno di più. Ha creativamente qualcosa da dire, e lo fa con il linguaggio di chi sta maturando e merita di essere seguito perché sa come mantenere sempre alto il livello di concentrazione. E’ un’opera sofisticata, ma non difficile, profondamente dark e pop insieme. E’ molto facile perdersi in dischi come questo. E ogni volta è un immenso piacere.
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