«LACTIS FEVER - Lactis Fever» la recensione di Rockol

Lactis Fever - LACTIS FEVER - la recensione

Recensione del 14 feb 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

“Shadows of doubt” è un pezzo dei Killers, uno di quelli buoni tra l’altro. Lo considero un gran complimento, si badi bene, per questo l’ho detto subito. Che poi non sia troppo delicato iniziare a parlare di un gruppo citando un altro gruppo, spero non me ne vogliano i Lactis Fever, me ne rendo conto: cercherò subito di rimediare, ma volevo condividere immediatamente il mio imprinting senza girarci troppo intorno, anche perché non è “l’intorno” che ci interessa, quanto più il centro della questione. Centro della questione che per i Lactis Fever di Como, la nostra band The Observer della settimana scorsa, si traduce con un bel rock dalle guance rosse, di ampio respiro e dal tiro pesantemente radiofonico; ottime melodie (finalmente), e un velo di neo brit pop a fare da collante: “Shadows of doubt”, appunto. Tutto qui? Beh, sì. Che poi vuol dire no, perché mettere insieme un disco di nove pezzi rimanendo fedeli a questa linea, non è facile. No, non è per niente facile. Anzi, dirò di più, è talmente difficile da non ammettere giustificazioni, vie di mezzo, tentativi. I Lactis Fever sanno però come si azzecca una canzone. Merito loro e dell’ottimo lavoro fatto in studio con l’onnipresente Matteo Cantaluppi (Bugo, Edipo, Canadians, The R's), uno che ha saputo indirizzare al meglio quella voglia impellente di fare pop che prende tanti ma che pochi sanno come saziare a dovere.



“Orecchiabilità e inganno” quindi. Orecchiabilità “Sanremese”, visto che il periodo è quello: “i Lactis Fever sanno come si azzecca una canzone”, è il verdetto da divano che ogni produttore spera di sentire una volta nella vita; passa un minutino e canticchi il ritornello, ne passano due e passi anche in radio. Vedi l’ottima opening “The worst thing you've ever done”, “To be loved” e soprattutto “Tomorrow”, un pezzo questo che piacerà sicuramente ai Charlestones, tanto per rimanere in tema emergenti. Inganno perché questa semplicità è solo apparente, perché questo pop adora macchiarsi ripetutamente di indie rock (“So high”: l’indole è cristallina) e new wave (alla voce arrangiamenti). E per miscelare tutti questi ingredienti serve tantissimo lavoro, soprattutto per affinare poi i pezzi e privarli di tutto quello che non serve, permettendo a quei fatidici tre minuti e mezzo di funzionare in purezza portando a termine con successo la loro missione: rimanerti in testa. Cosa che le nove tracce di “Lactis Fever” riescono a fare perfettamente.
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