JAMIE LIDELL

Warp (CD)

Voto Rockol: 4.0 / 5

di Giuseppe Fabris

Due anni fa avevamo lasciato Jamie Lidell alle prese con un profondo cambiamento nella propria vita: nato nella campagna inglese del Cambridgeshire, Jim è cresciuto musicalmente tra Londra e Berlino, dove, alla fine degli anni ’90, infiammava le notti della capitale tedesca con la Canadian Crew composta con Gonzales, Feist , Peaches e Mocky. Proprio in quegli anni riuscì a definire un sound personale caratterizzato da un profondo amore e rispetto nei confronti della black music, in particolare il soul, il funk e il rhythm & blues, una passione portata all’estremo in “Jim” del 2008, un album bello e divertente che, ascoltato dopo alcuni anni, sembra però essere più che altro un esercizio di stile.
La svolta è avvenuta nel 2010 con “Compass” la cui genesi si deve al suo spostamento negli Stati Uniti e all’incontro con Beck che lo portò con sé nel suo studio circondando di tanti amici musicisti (Feist e Nikka Costa per dirne due) per registrare un album con un sound molto più elaborato e originale: il risultato fu un disco intenso e ricco di idee che mostrava un lato inedito di Jamie, quello malinconico alimentato dalla recente fine di un lungo amore.
Dopo quest’esperienza così intensa l’artista inglese ha deciso però di cambiare ancora, trasferendosi a Nashville dove ha realizzato uno studio casalingo che gli ha permesso, da un lato, di essere libero di mettere su nastro ogni idea e, dall’altro, di gestire personalmente tutti gli aspetti della produzione del suo quinto album dal titolo eponimo: “Jamie Lidell”.
“Sono egoista”, “I’m selfish”, ci dice Lidell nel brano che apre il disco mettendo subito in chiaro quanto lavoro sia stato fatto: ad un primo ascolto, infatti, la canzone sembra un brano pop-soul divertente e danzereccio, ma, alzando il volume, i bassi iniziano a prendere corpo e si fanno sempre più vividi i contorni dell’architettura di suoni, bit e beat costruita attorno alla canzone.




Il sound di questo disco è infatti un melting pot di riferimenti musicali passati e futuri dove troviamo le combinazioni più inaspettate, come un Michael Jackson arrivato direttamente dagli anni ’80 che abbraccia l’elettronica più dura e cruda, una tromba jazz che si erge sulle basi in una discoteca e il Prince più malizioso che duetta con i Daft Punk. “Jamie Lidell” rappresenta un universo parallelo in cui le regole dello spazio-tempo sono regolate dall’immaginazione del suo creatore, dove esiste un equilibrio quasi idilliaco tra analogico e digitale e dove la sperimentazione va di pari passo al divertimento. Ne è uno splendido esempio la stupenda “What a shame” in cui le fondamenta soul sono rinvigorite da bordate elettroniche, un basso ruggente e un ritmo nervoso creato unendo la drum machine ad una batteria acustica.




Il suono del basso ci annuncia il sound funky di “Do yourself a faver”, brano che accantona la sperimentazione per concedersi al puro divertimento, come accade in “You naked” che leggermente sottotono per poi essere arricchita da uno splendido ritornello. “Why_ya_why” è il brano più black del disco, dove una marcia bues totalmente suonata da strumenti elettronici fa da contraltare alla voce filtrata di Lidell che sembra provenire da un vecchio vinile di Billie Holiday e una tromba che si erge con uno splendido assolo.




La macchina del tempo ci fa fare un balzo fino agli ’80 con “Blaming something” dove ci sembra di sentire l’eco lontano di Michael Jackson, mentre in “You know my name” tra le acide tastiere e il ritmo pulsante ci sembra che spunti lo zampino di Prince, ma con “So cold” Lidell torna a mixare il calore del soul con suoni futuristici come quello acuto e pungente del synth che spezza a metà il brano. “Don’t you love me” allenta la pressione con un malinconico brano sull’amore finito che ci fa rifiatare prima che “In your mind” acceleri il ritmo per la conclusione dell’album ancora diviso tra la tradizione e sperimentazione.
“Jamie Lidell” mostra così il talento di un artista capace di cercare sempre nuove soluzioni mantenendosi coerente con le proprie radici musicali e una fede profonda nel pop. Cambiando completamente le carte in tavola rispetto a “Compass”, Jim è stato in grado di cucirsi un nuovo abito tanto vintage quanto moderno, tanto bizzarro e originale, quanto divertente e intrigante.