«LET IT ALL IN - I Am Kloot» la recensione di Rockol

I Am Kloot - LET IT ALL IN - la recensione

Recensione del 22 gen 2013 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Gli I Am Kloot sono uno di quei gruppi che seppur dotati di un enorme talento sono rimasti nel tempo una sorta di outsider. Hanno sempre pubblicato ottimi dischi, hanno una buonissima resa dal vivo e tutto quello che serve per arrivare a livelli altissimi, almeno nel Regno Unito. Gli è sempre mancato il singolo 'spaccatutto', ma chissà poi se lo hanno cercato fino in fondo.
A dire il vero in Gran Bretagna qualche bella soddisfazione se la sono tolta, ad esempio con il loro precedente album “Sky at night”, con il quale si sono conquistati una nomination ai Mercury Prize del 2010, battuti dall'enorme disco d'esordio degli Xx . A produrre il quinto album ci furono Guy Garvey e Craig Potter degli Elbow , band che oltre alla città di provenienza (Manchester) ha in comune con gli I Am Kloot le atmosfere tipicamente british, che trasudano di verità, di vita vissuta in prima linea. Storie che vengono dalla quotidianità, rese immortali dalla penna di due grandi autori. Quindi, squadra che (quasi) vince non si cambia e così riecco i due della banda del 'gomito' di nuovo a collaborare con John Bramwell e soci per questo nuovo album intitolato “Let it all in”.
Il disco prosegue il percorso più orchestrale intrapreso con “Sky at night”, come si evince fin dal primo singolo “Hold back the night”, un brano notturno (appunto) in cui permane per tutta la durata un'atmosfera di tensione, esasperata dagli archi che irrompono a metà e alla fine del pezzo.

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In “Let it all in” ci sono almeno, oltre a quello citato, altri tre pezzi di livello altissimo: come la quasi title-track “Let them all in”, delicata e autentica, con la chitarra e la voce di Bradwell a scavare con la loro semplice bellezza; la malinconia (fis)armonica di “Even the stars”; il secondo singolo “These days are mine”, con il suo crescendo inarrestabile per uno dei pezzi più belli mai scritti dai Nostri.
Il resto non raggiunge questi apici, ma il blues chitarristico di “Bullets”, il pop di “Mouth on me” e “Some better days” e ballatone acustiche alla Kloot come “Shoeless” e la conclusiva “Forgive me these reminders” si impongono comunque come canzoni di ottima fattura.
Che dire, gli I Am Kloot hanno realizzato un altro ottimo lavoro. Forse stavolta il singolo c'è anche (“These days are mine”), ma sono convinto che a John Bramwell interessa fino ad un certo punto. Essere ciò che si è, alla lunga paga. In ogni caso. E se il trio di Manchester dopo tredici anni è ancora qui, con queste canzoni, qualcosa vorrà pur dire. Let them all in.
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